lode al capello

Cos’è un capello? Una lanugine di cheratina, lipidi e melanina o con più dolorosa gaiezza, come in un olio di Mirò, un ciglio nerastro nell’azzurro, un filo celeste passato nella cruna dei pensieri per ricucire sul capo, con buona pace di Platone, le idee iperuranie (ai capelli non si attaccano solo bizze e diavoli ma anche i pensieri – “mi fanno male i capelli”, scrive la poetessa)? o proteggerci forse dallo sguardo ardente dell’occhio di Zeus… Già, poiché anche Dio dovrà guardarsi dai suoi capillamenta delatori nella penombra d’una stanza postribolare: “mentre la natura intera sonnecchiava nella sua castità, lui si è accoppiato con una donna degradata, in amplessi lascivi e impuri [..] io intanto sentivo delle pustole avvelenate, che crescevano più numerose a causa del suo insolito ardore per i godimenti della carne, avvolgere la mia radice col loro fiele mortale, e assorbire con le loro ventose la sostanza generatrice della mia vita..” (Lautrèamont, I canti di Maldoror, Garzanti, Milano 1990, p. 209). Nell’irraggiarsi sanguigno del “mal d’Aurore”, ecco allora il rimpicciolimento dell’Onnipotente all’”animalcule” che s’annida sul proprio stesso capello,  pediculus capitis avido e lesto a suggere le gouttes de sang et sperme;  d’altronde, si sa, Dio è niccianamente l’essere più implicato (sulla piega della chiome avventizie) con la prostituzione (da prostituere, ciòè pro-statuere, “porre davanti, esibire”) , con un certo (u)man-i(n)festarsi: “Fino a questo momento, mi ero creduto l’Onnipotente; ma no; devo abbbassare il collo davanti al rimorso che mi grida: “Sei solo un miserabile!”. Non fare simili balzi! taci.. taci.. se qualcuno ti udisse! Ti rimetterrò tra gli altri capelli, ma prima lascia tramontare il sole all’orizzonte, affinché la notte copra i tuoi passi…” (Ibid., p. 215)
IMG_20160615_0003Che un capello abbia a che fare con punizioni o nemesi mitiche non è d’altro canto affar nuovo, né il bulbo T(r)ico-logico, infiacchito dalla brama carnale potrebbe smettere di produrre balbe confessioni sotto il pettine della fortuna (Tyche) e del rimorso. La vanità di Gorgo per la propria capigliatura non avrebbe potuto che vederne cangiato il sussurro di beltà in un sibilo venefico di serpi, la bionda acconciatura d’Achille, consacrata da Peleo nelle onde dello Spercheio per vederlo tornare salvo da Troia, a nulla sarebbe valsa, nemmeno a travestirlo femminiello presso la corte di Licomede: Pirra (la fulva) avrebbe pur sempre scelto l’arme dorate al telaio e l’intelligenza del crine non ne avrebbe tradito l’ottuso coraggio. Niso re di Megara, invincibile finché avesse conservato un capello di porpora, lo perderà per mano della figlia Scilla, innamoratasi dell’aggressore Minosse (quest’ultimo vittorioso l’annegherà a sua volta nel mare dell’ignominia legandone le chiome fluenti alla prua della nave).  A un capello può tenersi la vanità della bellezza (come quella del velo che vorrebbe celarla), il coraggio e la forza come la viltà e l’infermità dell’anima, se non la vita stessa: quella di Pterelao legata a un capello d’oro, nascosto nella folta capigliatura, similmente a Niso sarà con esso recisa dalla figlia Cometo innamorata d’Anfitrione.
I capelli non sono dunque affatto meno lievi della sorte e della storia; cosa sarebbe la nostra cultura e società senza le trine romane, le tonsure medievali, le rassettature rinascimentali, i boccoli secenteschi, le zazzere dei dandy d’ogni epoca (un capitolo a sé dovrebbe poi riguardare l’orrore rappresentato dalle rasature degli Olocausti)? Se dunque non è così indifferente perderne anche uno solo, si potrebbe egualmente asserire con placida fierezza di non poterne perdere nemmeno uno?
Cosa accadrebbe se non si potesse prendere anche solo la distanza d’un capello da se stessi e dai propri sentimenti?  “Guardai quella donna con un terribile odio, con quello stesso odio che dista dall’amore, dall’amore più folle, di un solo capello!” dice Alësa nei Karamazov. Non lasciare nemmeno un capello varrebbe a Sansone la forza perenne ma non la fiera e vindice rivalsa contro i Filistei, una chioma che non conoscesse diminuzione, come l’immancabile memoria di Funes nell’omonimo racconto di Borges, non ci consentirebbe di dimenticare nulla: priva dell’oblio d’un capello perduto, la mente si estenuerebbe nella crescita d’una reminiscenza debilitante, senza considerare che ogni impudicizia, errore e disinganno continuerebbe ad opprimerci come l’argenteo crine del dio lautremantiano.  Se in fondo – ricorda Chunag tse – chiunque sarebbe disposto a tagliarsene uno in cambio del bene dell’umanità (pochi lo farebbero con una gamba e pochissimi con la vita), non si dimentichi che anche in un solo capello si potranno trovare le omeomerie e i semi dell’intero universo, che esso soltanto crescerà anche dopo la morte, e che lo si scoprirà ancora su un cranio, a distanza di millenni, come un serico filo degli evi.  E allora sì! si perda un capello, finché con esso lo sia anche il destino del mondo:

 

“Siedo accanto alla finestra inondata dalla luna
osservando le montagne con le orecchie,
ascoltando il torrente con occhi aperti,
Ogni molecola predica una legge perfetta,
ogni momento canta un vero sutra:
il pensiero più veloce è senza tempo,
un solo capello è sufficiente ad agitare il mare.”
(Buddha)

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