presentazione

 

Ma questo blog, non è un blog… Cos’è un blog? Bara e commentario, si potrebbe celiare parafrasando il Nietzsche che ne La gaia scienza parla di Also sprach Zarathustra  in contrapposizione ai libri “bara e sudario” (“ma questo non è un libro […] questa è una volontà, una promessa, un ultimo tagliare i ponti, un fremer di ruote e drizzare il timone”).  Certo non si intenda questo sito come la gronda fortiniana su cui lasciar posare ogni messo aligero del cyberspazio – d’altri diluvi ascoltiamo le colombe – dilapidando la ricchezza del dialogo nel  nulla della Moda (l’essere ridotto a traccia mimetica) ancor prima di quello risucchiato dal gorgo della Techne, dalla consumata assuefazione che a ritmi incalzanti popola socials e blogs d’ogni sorta di invettive e svilimenti della parola. No, qui non si vorrebbe recintare un ulteriore cimitero dell’Immaginario costellato di lapidi di voci, ma con affabile discrezione, laboriosa modestia e prodigale spirito di condivisione tentare, anche grazie all’altrui generosità, di radunare anime tenaci, fervide, vulnerabili ma indagatrici sino all’infermità, gufi del lavoro notturno senza remore per l’inafferrabile, allodole del sapere e della voluttà pronte a osare tutto come in un’ineffabile tortura, “spiriti liberi” sul mare immenso della scrittura, piovre nell’abisso feroce del suo amore e della sua mirifica visione di bontà! Ciò sia detto senza volere apparecchiare il desco per l’ennesimo convivio virtuale d’una ciarla incontrollata; l’unico voca-bolo che stomaci voraci anche delle idee più terribili dovranno digerire sia: il tempo!  Le portate saranno dunque articoli meditati coi ritmi mensili d’un prezioso epistolario (o forse consegnate a lunghe pause e improvvise euforie) piuttosto che con quelli dell’odierno twett-tweet, irrequieto cingottìo del liminare; si chiede dunque anticipatamente venia del ritardo con cui, senza im-post-ura, gli articoli e le repliche (queste forse ebdomanarie) potranno susseguirsi – non è d’altra parte il pensiero sempre in ritardo su se stesso? – così come del fatto che ad ora le sezioni aperte ai commenti saranno sperimentalmente solo quelle dedicate al cinema o ad altri singoli esercizi (d’altro canto una certa discrezione della parola – mai nostra – contorna sufficientemente i propri scritti dall’indurre una comprensibile prudenza prima di renderli brutalmente oggetto di discussione; ciò valga non solo per un pudico riserbo, ma anche per preservarsi da una così vistosa emancipazione che null’altro ostenterebbe se non l’hegeliana uccisione dell’autore da parte dell’opera).

Il sito è quindi articolato nelle seguenti sezioni:

Opere: tutti i volumi editi, di poesia o altro genere.

Saggi: un’anteprima e in taluni casi una presentazione integrale di alcuni saggi pubblicati in questi ultimi anni.

Cinema & taccuini:  non si ha qui certo la pretesa di esprimere  alcunché di sistematico o esemplare sul cinema; d’altra parte nulla sarebbe forse possibile, a voler parlare di films oggi, se non un’in-audita registrazione del nastro della voce ghezziana (talmente familiare da avere ormai im-mancabilmente sovraimpresso svariate sequenze, proprio come, al contrario, le immagini delle astronavi di 2001 hanno fatto con le note del valzer straussiano); nastro inarrivabile e (da principio) desomatizzato, privato della sua immagine a-sincrona allo stesso modo in cui il corpo del cinema si devolve, divoratone, alla sua medesima onnipotenza.
Cos’è infatti il cinema se non un nuovo Prometeo donatore di immagini (germinazioni luce-fuoco), desiderio che non smetterà di smembrare il (proprio?) corpo finché ne rimanga un solo organo cruo-roso per la cine-presa dell’aquila/uomo, del volo (“io voglio”) impresso nel cielo buio tra un fotogramma e l’altro…?
Nei suoi ritagli, nelle pieghe di alcune sequenze riemerse come grumi memoriali si vorrebbe dunque, secondo un gusto rigorosamente personale (formato da ricordi di cinema che sono già cinema del ricordo), semplicemente cercare qualcosa di originale; ritrovare un’immagine, un dialogo, una scena – l’interiorità d’un dettaglio forse – che serva come luogo per echeggiare concettualità, versi e visioni, per accogliere un’illuminazione filosofica (in modo differente, pur assumendolo quale abbrivo, da un discorso toto corde sul cinema), per scovarvi un frammento interrogativo, per agire sull’implica-zione del Fuori(campo) come acceddendo al set cosmico del cinema. Attingendo a quella sorta di piano d’immanenza su cui l’immagine esisterebbe in sé –  “c’è in questo un progresso straordinario di Bergson:  è l’universo come cinema in sé, un metacinema” (Deleuze, L’immagine movimento) –, un piano nel quale l’inquadratura e la macchina sembrano ritagliare dallo spazio del mondo un sistema chiuso, una sezione mobile del tempo-durata, un’immagine di noi stessi sorpresi forse proprio nell’atto di trascurarla…

Disseminazioni: rievocando la valenza derridiana del termine quale dispersione del senso (sema) inscritta nella semente decostruttiva, quale inviluppo di ibridazioni, slittamenti e rinvii presi nel gioco dell’écriture, si raccolgono in questa sezione una serie di variazioni di tono filosofico-letterario mai disgiunte – si parva licet – dal gusto borghesiano di “stimare le idee religiose o filosofiche per il loro valore estetico e anche per quel che racchiudono di singolare e meraviglioso”; ricercando dunque fra i parerga e i margini del discorso quei semi della parola che possano largire nel modo più imprevisto e stupefacente il frutto aureo del frammento.  Se il grande scrittore argentino completava la sua affermazione soggiungendo che “questo è, forse, indizio di uno scetticismo essenziale”, si consideri parimenti il fatto che proprio da tali segnali, incastonati nella materia duttile di una scrittura espressiva, possa rilucere una decostruzione non solo denunciata, ma agita compiutamente sul rovescio della parola letteraria, che giusto in questo pronuncia anche la più ardua scepsi negativa possa infine essere recuperata. Con il rammemorante “fraintendimento” che in fondo la Poesia, quale cifra dell’esperienza umana e letteraria, continua enigmaticamente a ri-petere (nella poesia si fra-intende il mondo, il mondo che heideggerianamente è il suo inter-esse), non ci si dimentichi quel che essa è:

“quest’araba fenice – scrisse Eugenio Montale – questo mostro, quest’oggetto determinatissimo, concreto, eppure impalpabile perché fatto di parole, questa strana convivenza della musica e della metafisica, del ragionamento, del sogno e della veglia”.

Poesia e prosa: si riuniscono in questo ambito sia testi editi che inediti (o antologizzati). In proposito corre dunque l’obbligo di precisare qualcosa, più specificamente, circa il termine “poesia”. Oggi più che mai esso viene sciorinato da sconfinate schiere di sedicenti autori, quando invece, con le intense e vibranti parole che Moravia pronunciò in occasione della morte di Pier Paolo Pasolini, dovremmo sempre rammentare che “di poeti ne nascono quattro o cinque in un secolo” (siamo giunti al punto per cui, mentre progressivamente si erodono le collane, rispetto al numero complessivo dei titoli editi ogni anno, più della metà sono riferibili al genere “poesia”. E’ il paradosso di un universo in cui forse nessuno più ne legge poiché “tutti” ne scrivono). Poeta è colui che dischiude mondi, che traccia le linee di una civiltà, che istituisce gli orizzonti storico-destinali per lo stesso s-velarsi dell’essere, che contribuisce a disegnare i contorni del volto di Dio o dell’Umanità (Omero, Ovidio, Virgilio, Dante,  Milton, Blake, Ariosto, Shakespeare, Leopardi, Byron, Goethe, Manzoni, Baudelaire, Lorca, Rilke solo per nominarne alcuni); personalmente preferisco quindi mantenere il vocabolo giusto per l’esclusiva delimitazione del genere senza nessuna pretesa di merito o attestazione autoreferenziale. Questa è la ragione per cui d’altra parte ho voluto nell’intestazione del sito adombrare piuttosto quello di “rimatore”, da intendersi nel più cogente senso tecnico (così valga per “scrittore”) di appassionato cultore della lingua e fabbro della parola, dispensatore – questo sì! – di innocenti endecasillabi (se il non esserlo indica menzogna, stupidità o presunzione). Ciò chiarito ed emendato ogni possibile equivoco, sia detto che il recupero della tradizione non deve essere inteso come un esercizio di rigorosa arte formale o un’occasione in cui inverare e ipostatizzare un iperuranio della poesia (tradendo ancora un’ideologia atteggiata alla nostalgia in cui rivivono il manierismo  od un suo mito iniziatico), bensì come una pratica che rivitalizzi la forma screziandola con la tensione della lingua e del reale, sino a incrinarla nello stesso cristallo della sua visibilità (già, poiché forse l’incrinatura è il nostro stesso guardare…).  Credo  – tale discorso valga non tanto per la mia produzione, ma quale riflessione sul “fare poesia” odierno –  a un’operazione che componga la forma non più come esibizione di un’assenza (la lontananza della poesia dal mondo) che presuppone tuttavia il valore da essa postulato, ma giusto come il luogo sempre in-es-atto di una traccia senza origine e rimpianto (ma non senza origini!); un’operazione capace di offrire lo spazio, l’abbrivo e la tensione per un discorso poetico che continui (senza ostinatamente ripetere l’inno a morte del “chiaro di luna”) a significare se stesso,  pur adattando la forma a una gerarchia di nuovi sentimenti e contenuti. Altrimenti detto, continuando a perseguire con inesausta lena l’impegno per una “poesia onesta”, di sabiana memoria, che tragga la propria investitura dal basso, dalla concretezza del vissuto, dall’essere poesia in rebus e risposta alla necessità a posteriori delle nostre emozioni.
In forza di ciò ci si conceda di sostare ancora sulla soglia della rima (parola oggi quasi impronunciabile!) come sull’orlo del verso che più che mai ne evidenzia l’événement, la provenienza dal bianco, dal fragile abisso delle parole (“la profondità sta in superficie”), dal silenzio a cui esse offrono intimità e voce – l(‘)oro! – poiché, ricordando Mallarmé, nel bianco stanno la neve, la verginità, il cigno, il ventaglio, il marmo e la morte come il seme e la stella (la proteiforme mise en scène dell’Inconscio). Non sarà dunque vano salvare il riverbero faustiano della rima proprio giustapponendola all’interrogazione che del Verso è comprensione e senso, ricordandoci sempre il monito della splendida litania caproniana:

Genova di tutta la vita
Mia litania infinita
Genova di stoccafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima.

Esercizi di stile: rievocando distratte discussioni ed uggiosi pomeriggi trascorsi a intramare pastiches e pantomime linguistiche, se ne radunano vari esercizi, badalucchi anagrammatici e tutte quelle pratiche che non abbiano timore di soggiacere al di-vertimento e all’onnipotenza del linguaggio, ai suoi infingimenti, alle sue manomissioni e inganni, così come il genio e la forza di un ineguagliabile cantore del Testo (nell’accezione barthesiana) quale Carmelo Bene avrebbe, additando l’inenseignable klossowskiano, potuto magistralmente insegnarci. Svagandosi cioè, un po’ alla maniera di certi giochidiparole (parole in gioco) dal nume dell’autore di Nostra signora dei turchi, a rintracciare tra i grafi del significante un’unica sfida e un solo inseguimento: quello di inanellare su di un filo lirico-derisorio-affabulante-celebrativo semplicemente la stessa questione: la ricerca, al di sotto delle parole, di un unico bordo, quel linguaggio fuori dei linguaggi che non sia nient’altro che il piacere del Testo (poiché come affermò Deleuze nel suo celeberrimo Abécédaire – qui chiaramente evocato – non v’è che auspicare: “una lettura non filosofica della filosofia, o non c’è nessuna bellezza”). Spesso mi è stato e mi viene domandato da più ortodossi seguaci della dama dagli occhi scintillanti e acuti, dall’incarnato vivo e dal fresco vigore, per quanto incredibilmente vecchia (la stessa che diede epifania di sé a Boezio nel De consolatione philosophiae) – dicevo –, mi viene chiesto il fine di questo inane affaccendarsi: ebbene da un certo tempo a questa parte, oltre alla suddetta fascinazione, confesso di divenire vieppiù conscio di come la vita si palesi scialo di fatti vani più che crudeli (così direbbe Montale), vi si comprendano l’insegnare gli attributi del motore immobile, lo scrivere commentari alle edizioni della Kritik der praktischen  Vernunft o il sussurrare baci arrochiti nella notte… Asserire che in tale dispersivo cumularsi di trite occorrenze e ripetuti passi (di sicuro quelli dimentichi sui ciottoli rosi che segnano l’ambage dello spendersi fra dimora e dimora) non possa trovar posto anche il fatuo intrattenimento in anagrammi et cetera similia, mi parrebbe un poco pretestuoso; tuttavia se è pur vero che sempre lo scrittore suppone che le sue opere lo rendano immortale, mentre nulla del genere concerne “il beccafico che consuma il suo breakfast giù nell’orto”, altrettanto è che l’immortalità (se noi non siamo poi così certi di vivere) può ben fare a meno di tutto, anche di sé:

La verità è nelle nostre mani
ma è inafferrabile e sguiscia come un’anguilla
Neppure i morti l’hanno mai compresa
per non ricadere tra i viventi, là
dove tutto è difficile, tutto è inutile.

Auspicando dunque che il sito possa suscitare complici consensi e nobili dissensi, voglio lasciarvi quale esortazione una quartina di Omar Khayyam; sorseggiando dal calice della luna, in una notte miniata di stelle, il vino del cielo, se ne diffonda la sua fuggevole e amara lezione, il giulebbe di questa grande poesia:

Quando l’ebbro Usignolo trovò la via del Giardino
E ridente trovò il volto della Rosa e la coppa del Vino,
Venne e in misterioso bisbiglio mi disse all’orecchio:
“Considera bene: la vita trascorsa mai più, mai più non
si trova”.