Cos’è un capello? Una lanugine di cheratina, lipidi e melanina o forse, come in un olio di Mirò, un ciglio nerastro disteso nell’azzurro con dolorosa gaiezza, un filo di cielo passato nella cruna della mente per ricucire sul capo, con buona pace di Platone, le idee iperuranie (ai capelli non si attaccano solo bizze e diavoli ma anche i pensieri: “mi fanno male i capelli”, scrive la poetessa)? O forse le chiome ci proteggono dallo sguardo ardente dell’occhio di Zeus?
Già, i capelli hanno assai più potere di quanto non si creda, e persino Dio dovrà forse guardarsi dai suoi, delatori nella penombra d’un postribolo: “mentre la natura intera sonnecchiava nella sua castità, lui si è accoppiato con una donna degradata [..] io intanto sentivo delle pustole avvelenate, che crescevano più numerose a causa del suo insolito ardore per i godimenti della carne, avvolgere la mia radice col loro fiele mortale, e assorbire con le loro ventose la sostanza generatrice della mia vita..” (Lautreamont, V canto di Maldoror). Nell’irraggiarsi sanguigno del mal d’Aurore, ecco allora il rimpicciolirsi della coscienza onnipotente, annidata sui propri capillamenta come un pediculus capitis avido a suggere le gouttes de sang del Creato; d’altronde, come scrisse Nietzsche, Dio è l’essere più im-plicato con la pro-stituzione (sulla piega appunto delle chiome avventizie), ovvero con un inesorabile manifestarsi, fosse pure il tradimento d’un capello: “Fino a questo momento, mi ero creduto l’Onnipotente; ma no; devo abbbassare il collo davanti al rimorso che mi grida: ‘Sei solo un miserabile!’. Non fare simili balzi! taci.. taci.. se qualcuno ti udisse! Ti rimetterrò tra gli altri capelli, ma prima lascia tramontare il sole all’orizzonte, affinché la notte copra i tuoi passi…” (ibid)
Che un capello abbia a che fare con punizioni o nemesi mitiche non è d’altro canto insolito, né il bulbo T(r)ico-logico, infiacchito dalla bramosia potrebbe smettere di produrre balbe confessioni sotto il pettine della fortuna (Tyche) e del rincrescimento. La vanità di Gorgo per la propria capigliatura non avrebbe potuto che mutarne il sussurro di beltà in un sibilo venefico di serpi; la bionda acconciatura d’Achille consacrata da Peleo per farlo salvo da Troia a nulla sarebbe valsa, nemmeno a travestirlo femminiello presso la corte di Licomede: Achille/Pirra (la fulva) avrebbe pur sempre preferito l’oro dell’arma al telaio, e l’intelligenza del crine non ne avrebbe scansato l’ottusa foga del combattere. Niso re di Megara, invincibile finché avesse conservato un capello di porpora, lo perderà per mano della figlia Scilla, innamoratasi dell’aggressore Minosse (quest’ultimo vittorioso la annegherà a sua volta nel mare dell’ignominia legandone le chiome fluenti alla prua della nave).
A un capello insomma può tenersi la vanità della bellezza (come quella del velo che vorrebbe celarla), il coraggio e la forza quanto la viltà e l’infermità dell’anima, se non la vita stessa: quella di Pterelao, legata a un capello d’oro nella folta capigliatura, similmente a Niso sarà recisa dalla figlia Cometo invaghita d’Anfitrione.
I capelli non sono dunque meno lievi della sorte e della storia; cosa sarebbe la nostra cultura e società senza le trine romane, le tonsure medievali, le rassettature rinascimentali, i boccoli secenteschi, le zazzere dei dandy d’ogni epoca (un capitolo a sé dovrebbe poi riguardare l’orrore rappresentato dalle rasature degli universi concentrazionari)? Se dunque non è così indifferente abbandonarne anche uno solo, si potrebbe egualmente asserire con fiera ostentazione di volerli mantenere tutti, di non volerne perdere nemmeno uno…?
Cosa accadrebbe se non si potesse prendere anche solo la distanza d’un capello da se stessi e dai propri sentimenti? “Guardai quella donna con un terribile odio, con quello stesso odio che dista dall’amore, dall’amore più folle, di un solo capello!”, dice Alësa nei Karamazov. Non lasciare nemmeno un capello varrebbe a Sansone la forza perenne, ma non la rivalsa contro i Filistei; se paragonassimo la chioma ai ricordi anziché alla prestanza, una capigliatura che non conoscesse mai diminuzione, come l’immancabile memoria di Funes nell’omonimo racconto di Borges, non ci consentirebbe di dimenticare nulla. Restando nella metafora, senza l’oblio d’un capello perduto la mente si estenuerebbe nella crescita d’una reminiscenza debilitante; ogni impudicizia, errore e disinganno continuerebbe ad opprimerci come l’argenteo crine del Dio lautreamontiano.
Se in fondo – ricorda Chunag tse – chiunque sarebbe disposto a tagliarsene uno in cambio del bene dell’umanità (pochi lo farebbero con una gamba e pochissimi con la vita), non si dimentichi che anche in un solo capello si ritroveranno le omeomerie d’Anassagora e i semi dell’intero universo, che esso soltanto crescerà dopo la morte e lo si scoprirà ancora su un cranio, a distanza di millenni, come il filo di seta degli evi. E allora sì! si perda pure un capello, finché con esso si rinnovi anche il destino del mondo:
“Siedo accanto alla finestra inondata dalla luna
osservando le montagne con le orecchie,
ascoltando il torrente con occhi aperti,
Ogni molecola predica una legge perfetta,
ogni momento canta un vero sutra:
il pensiero più veloce è senza tempo,
un solo capello è sufficiente ad agitare il mare.”
(Buddha)
© Tutti i diritti riservati