Il contorno del deserto

Nella sequenza finale del film Deserto rosso Giuliana, eroina depressa e tormentata da un senso di inadeguatezza che l’ha spinta sull’orlo del suicidio, cerca di sfuggire al deserto della sua esistenza recandosi, in preda a uno stato d’insofferenza e alterazione emotiva, sui moli di un porto desolato quanto la fabbrica alienante di cui il marito Ugo è dirigente. Nei confusi discorsi che rivolge a un marinaio chiedendogli se possa imbarcarsi, pronuncia, quasi a giustificarsi, le seguenti parole: “Sono stata malata ma non devo pensarci… mi hanno detto di pensare che tutto ciò che mi capita è la mia vita, ecco”.
Screenshot 2016-06-03 22.23.13Qualcosa di profondamente lacerante promana dal torbido ristagno di queste affermazioni, solo apparentemente limpide e decisive, in definitiva proprio la smentita di ciò che esse paiono rivendicare. Cosa segnala infatti, cosa aggiunge all’enunciazione “tutto ciò che mi capita è la mia vita”, la premessa “mi hanno detto di pensare questo”, se non il fatto che ci si debba sforzare di crederlo, poiché la vita cercata è invece tutt’altro da ciò che accade (non soltanto quindi ciò che, indifferente, sfugge al disegno dei nostri progetti)? Forse davvero il contorno di un’anima è tracciato molto più da quel che ha desiderato e non ha raggiunto che non agli accadimenti che l’hanno invece rivestita; essa appare piuttosto l’insieme delle parole non colte, “rose schiuse nei loro boccioli”, degli sguardi spersi da un riflesso sui selciati, della sua memoria svanita, delle sue vite non vissute…
L’esistenza d’una persona non sarebbe così una somma abbassata da infinite sottrazioni (gli eventi che mano a mano si esauriscono), ma una traiettoria continuamente aumentata da luoghi inesistenti o mai traguardati, come se ogni punto, reale o meno, del suo segmento fosse equivalente dei suoi attimi e situazioni: il labirinto d’una linea, quella del tempo, in un intrico di estasi temporali durevoli ognuna quanto una vita. “Occorrono troppe vite per farne una” – scriveva Montale –, forse giusto perché ognuna di esse è già troppo (inviluppata in una serie di soggetti interiori a loro volta persi in una altrettanto innumerevole dimensione temporale, in quel “futuro preesistente” verso cui – ricorda Borges nello scritto Il tempo e J. W. Dunne – “scorre il fiume assoluto del tempo cosmico, o i fiumi mortali delle nostre vite”). Esistenze intrecciate come le chiome riottose che Giuliana apostrofa, rivolgendosi a Corrado (l’unico che per poco sembri riuscire ad ascoltarne la sofferenza), con una citazione da Amelia Rosselli, “mi fanno male i capelli”; chiome imbrogliate come il dolore muto e angoscioso con cui continuamente ne viene riannodata la storia e l’eclisse dei sentimenti, un’illusione eguale a quella della tentata via d’uscita attraverso il suicidio, giacché sempre di una ricostruzione a posteriori – osservava Barthes – si tratta. “Proprio perché aveva scritto Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer sapeva bene che essere un pensatore è altrettanto illusorio che essere un malato o un innamorato respinto, e che egli nel profondo era un’altra cosa” (Borges, Altre inquisizioni, Feltrinelli, Milano 1963, p. 164); ciò che Schopenhauer disse vicino alla morte a Eduard Grisebach, si potrebbe dunque asserire tanto di Giuliana quanto di ognuno di noi: siamo sempre un’altra cosa, un’oscura volontà, la sua irragionevolezza di cui possiamo solo essere spettatori, distanziandoci vieppiù dalle nostre mire, potendo solo credere che la nostra vita sia quel che ci è accaduto, che è stato detto, ascoltato, amato…
Screenshot 2016-06-04 00.08.08Così, nel deserto di silenzio che costella il film, ogni ricordo non è che polvere posata su un piano senza consistenza, su quella faglia della memoria che altro non è se non una continua manomissione del nulla, lo spazio in cui la parola rimodella “tutto ciò che ci capita” secondo immagini inattuali e sdoppiate, sollevando tutta la rena della nostra ignoranza: “ti avrò appassionatamente amato, deserto di sabbia. Ah! il tuo più piccolo granello di polvere ripeta in un sol luogo una totalità dell’universo! – Di quale vita, tu, polvere, ti ricordi? disgregata da quale amore? – la polvere vuole che la si lodi” (A. Gide)

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