La notte

L’interminabile indifferenza della Notte

L’amore – ci ricorda Roland Barthes – è la consegna a un tempo illusorio sospeso fra un inizio, continuamente manipolato, ricostruito ogni volta come se si rileggesse una lettera o carpisse un sogno dall’oblio della memoria (l’oblio come memoria), ed una fine che non può essere anticipata da nessuna decisione, perché questa apparterrebbe ancora all’abbaglio della sua struttura. Nella sequenza finale del film La notte, (clicca qui per vedere la sequenza) una vera e propria enunciazione della sua natura, quasi una illustrazione tangibile dei Frammenti barthesiani, risultano le parole di Lidia, moglie di Giovanni, lo scrittore di successo interpretato da Marcello Mastroianni: “se stasera ho voglia di morire è perché non ti amo più. Sono disperata per questo. Vorrei essere già vecchia e averti dedicato tutta la mia vita. Vorrei non esistere più, perché non posso più amarti”. Giovanni le risponde con tono accomodante: “se tu dici questo, se dici che vorresti essere già morta, è perché mi vuoi ancora bene”; quanto egli, nella sua pacata ostinazione, finge di ignorare è invece proprio ciò che sta attestando in prima persona: “se non fosse che è nella ‘natura’ del delirio amoroso il fatto di passare, di scemare da solo, nessuno e niente potrebbero mai porvi fine (non è perché è morto che Werther ha cessato di d’essere innamorato, ma al contrario)” (R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 1979, p. 212). Screenshot 2016-06-04 19.39.27In tal senso parrebbero piuttosto sfiorare questa amara verità le parole di Lidia: “voglio morire perché non ti amo più”; tuttavia, non si potrebbe forse nemmeno invocare il proferimento di questo “non ti amo più”, come essa chiede invece a Giovanni: “neanche tu mi ami più, dillo, dillo”.  Se “l’Io ti amo”, come ancora osserva Barthes, è solo “un’olofrase” che non comunica nulla, ma si aggrappa e fantasmatizza una situazione speculare data dalla simultaneità della sua pronuncia, dall’utopia del congiungimento, l’“Io non ti amo” chiederebbe addirittura una paradossale rottura di tale situazione-limite, l’incrinatura d’una reciprocità allucinatoria, d’una simmetria disegnata sulla sua superficie soltanto come un balenio sul cristallo. Cosa chiede infatti “Io non ti amo” se non di essere avallato giusto dall’intransigenza del sentire altrui (una corrispondenza in tal caso non avrebbe nessuna ragione d’enunciarsi)?
“A furia di scrivere ‘da quando i nostri cuori sono separati’ perché Gilberte mi rispondesse ‘ma no non lo sono, spieghiamoci’ avevo finito col persuadermi che lo fossero. […] col desiderio di sentirmi finalmente dire: ‘ma non c’è niente di cambiato. Quel sentimento è più forte che mai’” (M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto. All’ombra delle fanciulle in fiore, Mondadori, Milano, 1995, p. 249). “Io non ti amo più” comanda in fondo di esclamare ciò che vorrebbe smentire per potervi porre il proprio sigillo, ma allo stesso tempo dissimula tale permanenza nel futile ricorrere del suo dirsi. Al risveglio dalla sua notte desolata, nessuna parola rimane più possibile: “non ti amo più” è solo un grido che ancora ne propaga la sembianza residuale, la clausola del vuoto che l’amore ha solcato fra un principio ed un termine in-esistenti nell’esilio del sentimento, in quello spazio gettato fra uno sguardo e l’altro, come nel nitore disceso sulla scorza dei rami… Un’irrealtà che è appunto il suo essere insituabile al pari del discorso amoroso; che sancisce l’assoluta mancanza di con-temporaneità, l’nsuperabile scacco per cui la ripresa e la costituzione “fenomenologica” di quei momenti non può che risultare un continuo lavorio a posteriori.
La passione riemerge infine solo da una lettera mis-conosciuta (di nuovo la memoria si offre qui quale oblio), quella che Giovanni scrisse – senza rammentarsene – diversi anni prima e che ora Lidia gli rilegge facendone riaffiorare frasi emblematiche: “questo era il piccolo miracolo di un risveglio […] sentire che la notte si prolunga per sempre accanto a te”, “sentirti non mia ma addirittura una parte di me, una cosa che respira con me e che niente potrà distruggere se non la turpe indifferenza di un’abitudine”.

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L’unica minaccia all’amarsi è dunque l’evocazione profetica di ciò che ora si stende fra i due: il fading, la consuetudine all’indifferenza che senza alcuna ricompensa si rivolge ad altri. Certo è questa Stimmung che avvolge il loro rapporto, che ne custodisce ormai la noia e la consunzione estenuante. Ma anch’esso non ha nessuna situabilità: lo smarrimento di Lidia è proprio quello di volerlo suggellare con una formula e una conferma dall’altro (ma non dall’Altro), mentre la sua natura è quella di essere senza provenienza, come una voce amata e stanca: “che viene da in capo al mondo, che va ad inabissarsi in remotisse acque fredde” (cfr. R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, cit. p. 92).
Il fading declamato e registrato da Giovanni con la sua pervicacia a negarlo, non è quindi la risolutiva negazione della struttura amorosa; anch’esso vi appartiene ancora come una luce chiaroscurale, come la voce “che sta per scomparire, così come l’essere stanco sta per morire: la stanchezza è l’infinito, la cosa che non finisce di finire” (Ibid.). E’ una circolarità inesauribile quella che si instaura tra il risveglio, già nostalgico, descritto nella lettera – un’ombra uggiosa si proiettava pure allora sulla raccolta bellezza di Lidia: “avevo voglia di gridare e svegliarti perché la tua stanchezza era troppo profonda e mortale” – e quello attuale. Ed è infine questa mancanza di (ap)prensione che attraversa il confine d’una voragine nel petto e strappa il soggetto allo spazio di un desiderio che lo contenga col suo oggetto (sia essa quello dell’inizio o della fine). Ciò che si apre allo sguardo dei protagonisti nella soffice e vaporosa incoscienza del primo mattino, sulla rugiada dell’erba è ancora l’inesitenza o la desistenza d’una scena immaginaria sin troppo simile all’appannarsi di un non-luogo: il volto dell’assenza (come il desiderio assente che impallidisce sui volti): “nel fading, l’altro sembra perdere ogni desiderio. Egli è preda della Notte [!]. L’altro mi abbandona, ma a questo abbandono fa seguito l’abbandono che a sua volta coglie l’altro: la sua immagine viene in questo modo lavata, disciolta; niente più mi sostiene, neanche il desiderio che l’’altro rivolgerebbe altrove, sono in lutto per un oggetto che è già in lutto” (Ivi., p. 91). Eppure, eppure anche tutto questo può disperatamente tingersi d’un’avida inconsistenza, dell’interminabile costernazione della notte sulla corteccia delle betulle, lì dove anche il vuoto germoglia il suo ultimo silenzio: “Il fiore che ripete/ dall’orlo del buratto/ non scordarti di me,/ non ha tinte più liete né più chiare/ dello spazio gettato tra me e te”…. (Montale, Ossi di Seppia)

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