Nella sequenza finale del film Deserto rosso Giuliana, eroina tormentata da un senso di inadeguatezza che l’ha spinta sull’orlo del suicidio, cerca di sfuggire al deserto della sua esistenza recandosi, in preda a uno stato di depressione e insofferenza, sui moli di un porto desolato quanto la fabbrica alienante di cui il marito Ugo è dirigente. Nei confusi discorsi che rivolge a un marinaio chiedendogli se possa imbarcarsi, pronuncia, quasi a giustificarsi, le seguenti parole: “Sono stata malata ma non devo pensarci… mi hanno detto di pensare che tutto ciò che mi capita è la mia vita, ecco”.
Qualcosa di profondamente lacerante promana dal ristagno di questa affermazione, solo apparentemente limpida e decisiva: la smentita di ciò che essa pare rivendicare. Cosa segnala infatti, cosa aggiunge all’enunciazione “tutto ciò che mi capita è la mia vita”, la premessa “mi hanno detto di pensare questo”, se non il fatto che ci si debba sforzare di crederlo, poiché la vita cercata è invece tutt’altro da ciò che accade? Forse davvero il contorno di un’anima è tracciato molto più da quel che si è desiderato e non si è raggiunto piuttosto che dagli accadimenti che l’hanno coinvolta e rivestita; una persona appare più l’insieme delle parole non dette, “rose schiuse nei loro boccioli”, degli sguardi persi come un riflesso sui selciati, della sua memoria svanita, delle sue vite non vissute…
L’esistenza non sarebbe così una somma abbassata da infinite sottrazioni (gli eventi che mano a mano si esauriscono), ma una traiettoria continuamente aumentata da luoghi inesistenti o mai traguardati, come se ogni punto, reale o meno, del suo segmento fosse situato nel labirinto d’una linea, quella del tempo, in un intrico di estasi temporali durevoli ognuna quanto una vita. “Occorrono troppe vite per farne una” – scriveva Montale –, non solo per i lutti che la frantumano, ma forse anche perché ognuna! di esse è già troppo (inviluppata in una serie di soggetti interiori a loro volta persi in un’altrettanto innumerevole dimensione temporale, in quel “futuro preesistente” verso cui – ricorda Borges nello scritto Il tempo e J. W. Dunne – “scorre il fiume assoluto del tempo cosmico, o i fiumi mortali delle nostre vite”). Esistenze intrecciate come le chiome riottose che Giuliana apostrofa, rivolgendosi a Corrado (l’unico che per poco sembri riuscire ad ascoltarne la sofferenza), con una citazione da Amelia Rosselli, “mi fanno male i capelli”; chiome imbrogliate come il dolore muto e l’angoscia con cui in continuo ne viene riannodata la storia e l’eclisse dei sentimenti (illusione eguale a quella tentata attraverso il suicidio, giacché ogni via d’uscita è pur sempre solo una vana ricostruzione). “Proprio perché aveva scritto Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer sapeva bene che essere un pensatore è altrettanto illusorio che essere un malato o un innamorato respinto, e che egli nel profondo era un’altra cosa” (Borges, Altre inquisizioni, Feltrinelli, Milano 1963, p. 164); ciò che prossimo alla morte Schopenhauer avrebbe detto a Eduard Grisebach, si potrebbe dunque asserire tanto di Giuliana quanto di ognuno di noi: saremo sempre un’altra cosa, un’oscura volontà, un’irragionevolezza di cui possiamo solo essere spettatori, distanziandoci vieppiù dalle nostre mire, potendo solo credere che la nostra vita sia quel che ci è accaduto, che è stato detto, ascoltato, amato…
Così, nel deserto, nella rugginne di silenzio che ossida ogni ricordo, la vita non è che polvere posata su un piano senza consistenza, su quella faglia della memoria che altro non è se non una continua manomissione del nulla, lo spazio in cui la parola rimodella “tutto ciò che ci capita” secondo immagini inattuali e sdoppiate, sollevando solamente la rena della nostra ignoranza: “ti avrò appassionatamente amato, deserto di sabbia. Ah! il tuo più piccolo granello di polvere ripeta in un sol luogo una totalità dell’universo! – Di quale vita, tu, polvere, ti ricordi? disgregata da quale amore? – la polvere vuole che la si lodi” (A. Gide)
