il detto di Marco Aurelio

“Anche se tu dovessi vivere tremila anni e dieci volte altrettanto, in ogni caso ricorda che nessuno perde altra vita se non questa che sta vivendo, né vive altra vita se non questa che va perdendo.
Pertanto la durata più lunga e la più breve coincidono.
Infatti il presente è uguale per tutti e quindi ciò che si consuma è uguale e la perdita risulta, così, insignificante.
Perché nessuno può perdere il passato né il futuro: come si può essere privati di quello che non si possiede?
Ricordare sempre, quindi, questi due punti: il primo, che tutto, dall’eternità, è della medesima specie e ciclicamente ritorna, e non fa alcuna differenza se si vedranno le stesse cose nello spazio di cento o di duecento anni o
nell’infinità del tempo; il secondo, che sia chi vive moltissimi anni sia chi dopo brevissimo tempo è già morto subiscono una perdita uguale.
È solo il presente, infatti, ciò di cui possono essere privati, poiché è anche l’unica cosa che possiedono, e uno non perde quello che non ha”.

(Marco Aurelio, “A se stesso”)

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Foto di Sailko (da http://www.wikipedia.it) Creative Commons License

 

Ah il presente, questa serpe che spunta e si rintana di continuo nella stessa linea di demarcazione che istituisce fra la speranza d’un passato e la remota dimensione d’un avvenire; “l’impossibilità di situare questa linea, è forse solo questo che chiamiamo ‘presente’. Poiché la legge del ritorno suppone che ‘tutto’ ritorna, essa sembra porre il tempo come compiuto; circolo al di fuori della circolazione di tutti i circoli; tuttavia, nella misura in cui rompe l’anello nel suo mezzo, essa propone un tempo non incompiuto, certo, anzi finito, salvo in quel punto attuale, il solo di cui ci crediamo detentori e che, mancando, introduce la rottura d’infinità, costringendoci a vivere in stato di morte perpetua” (M. Blanchot, Le pas au-delà, Gallimard, Paris 1973tr. it. Il passo al di là, Marietti, Genova 1989,  p. 13-14). Già, tutto ritorna, tranne il presente, e allora forse ciò che non possediamo diviene il dono più grande che possiamo largire a noi stessi:  solo in sua grazia ci approssimiamo infatti a questa soglia già varcata eppure impossibile da superare, morendovi sopra ogni volta senza accorgersene, dovendolo per renderci conto d’essere vivi… altrove. In questo si darebbe dunque un destino eguale per tutti?  Mi sovvengono in proposito le parole di Borges:  “Se i destini di Edgar Allan Poe, dei vichinghi, di Giuda Iscariota e del mio lettore sono segretamente lo stesso destino – l’unico destino possibile –, la storia universale è quella di un solo uomo. A dire il vero Marco Aurelio non ci impone questa semplificazione enigmatica. […] afferma la analogia, non l’identità, dei molti destini individuali. Afferma che qualunque lasso – un secolo, un anno, una sola notte, forse l’inafferrabile presente – contiene integralmente la storia. Nella sua versione più spinta, questa congettura è facile da confutare: un sapore differisce da un altro sapore, dieci minuti di dolore fisico non equivalgono a dieci minuti di algebra. Applicata a lunghi periodi, ai sentant’anni di età che il Libro dei Salmi ci accorda, la congettura è verosimile o tollerabile. Essa afferma semplicemente che il numero di percezioni, di emozioni, di pensieri, di vicissitudini umane è limitato, e che prima della morte noi l’avremo esaurito” (J. Borges, Storia dell’Eternità, in: Tutte le opere, Mondadori, 1984, vol. I, p. 582). Sono allora tentato di aggiungere a tali autorevoli commenti anche la mia modesta opinione: se qualcosa può differire un presente (o meglio una sembianza di presenza) dall’altro non è tanto il suo contenuto eidetico o sensibile – che si può ben ritenere quantitativamente finito e dunque eguagliabile – quanto proprio il modo in cui si rappresenta tale finzione, con cui si sfugge alla torva imposizione d’un medesimo canovaccio, con cui lo si contraffà spacciandolo invece per natura plausibile. Se nel teatro delle passioni a tutti toccheranno gli stessi dolori e piaceri, differente sarà la maniera di inscenarne la realtà: una pena verrà espressa con virile accettazione, querulo tormento, solenne trionfo, lacerante follia; un diletto con estenuante languore, docile grazia, feroce bramosia, esiziale ammirazione… Si potrebbero così obiettare al detto aureliano due punti. Anzitutto che se il presente assimila i destini ciò avviene, blanchotianamente, sprofondandoli nell’irrevocabilità d’una perdita costante, ciò che la renderebbe insignificante non in funzione della vita, ma d’una legge inverificabile (il Ritorno); un’esigenza che non lascia cioè altra scelta se non quella asfittica di inseguire proprio ciò che non si possiede, vivendo, a partire dall’elisione del presente, l’avvenire al passato e il passato al futuro (non è questo che ci accade succubi dell’immaginario?), senza che fra di essi possa darsi nessuna circolazione, nemmeno quella dello Stesso.  In second’ordine che la varietà di combinazioni con cui ci si possa illudere di tale presenza è talmente più ampia e smisurata del  numero di emozioni che debbano servirle (basti pensare alle incalcolabili permutazioni possibili con solo cinquanta tinte d’un rapimento), da mostrarci come il tempo concesso dal libro dei Salmi sarebbe incommensurabilmente  breve al fine di equiparare storie e individui. Ma forse proprio nel detto aureliano sta in definitiva la verità più amara da appuntarvi: che dovrebbe davvero spendersi la ripugnante, soverchia e impensabile cappa dell’infinità per eguagliare tutta la vertigine d’un invisibile, unico, irrintracciabile istante.

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