l’avventura dell’occhio

Un occhio campeggia sulla storia dell’essere e del pensiero, non solo quello onnivendente inscritto nel triangolo e incoronato nel fulgore dei raggi, immagine della sua imperscrutabile divinità. Il primato della vista e della metafora fotologica è conseguenza (od origine?) del privilegio concesso a uno dei nostri sensi, il viatico per la costituzione di quello sguardo pan-oramico sugli enti che avrebbe incoronato la visione teoretica (dal greco θεωρέω, “guardo”) e il suo soggetto, l’elevazione verso il cosmo platonico delle idee, del Bene e del Bello, poi rintuzzati nella mente di Dio con l’avvento del cristianesimo e della sua bellicosa parata teologica. Cosa ne sarebbe stato di tutto ciò se invece si fosse prediletto un umbratile, materico e carnale percorso tattile o olfattivo nella conoscenza del mondo? Forse sarebbe bastata la rosa di Condillac ad animare la statua d’una ragione inzaccherata d’universo, forse avremmo sancito il primato della polisemia, il gioioso e febbrile tumulto delle metafore invece della ferrea uni-voca di(re)zione della phoné (quella che traccia l’adamantina linea del logos), complice e sodale alla pre-visione che separa, uccide e riordina. Forse avremmo apprezzato la bellezza del caos molto prima che la scrittura ci avvertisse di precedere quella voce imbastardita (figlia d’un abuso d’arbitrio) che riteniamo l’abbia invece creata come suo utile trastullo. Già, poiché senza l’occhio nessuno avrebbe potuto rivendicare l’intelligenza dei grafi tracciati sull’argilla o le mensure dei campi o le DSC00121traiettorie degli astri… Ma ancor più sorprendentemente senza un primo occhio non ci si sarebbe nemmeno potuti figurare (sic!) quanto nella storia universale l’abbia preceduto “il mondo come rappresentazione […] non comincia, è vero, se non il giorno in cui s’apre il primo occhio […] Senza quest’occhio, cioè fuori della conoscenza non ci fu nessun tempo, nessun prima” (Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione). I gradi di oggettivazione della Volontà – le idee –, proliferati grazie a spazio, tempo e causalità a mo’ di rappresentazione, comparvero in quest’ultima solo come effetto retroattivo del primo occhio d’insetto che inaugurandola vi spuntò come un foro; l’oculo, causa della propria causa, a ridosso di sé trascinerebbe così tutta la storia del cosmo inorganico, le forze della natura, l’insieme delle sue oscure progressioni geologiche, tutte le spinte evolutive del Cambriano e dell’Ordoviciano sino alla sua epifania nel cuore del Paleozoico.
D’altra parte proprio lo zoologo ottocentesco Philip Henry Gosse (ricordato da Borges nella sua nota “La creazione e P. H. Gosse), formulò la tesi non dissimile di “un tempo rigorosamente causale e infinito, interrotto da un atto passato: la Creazione” (il suo primo istante comporterebbe cioè non solo un infinito futuro ma anche un infinito passato); altra maniera di intendere un evento che all’improvviso palesi con sé tutta la catena causale ad esso anteriore, in forma di storia del mondo nel caso della retina schopenhaueriana, in sembianza di vestigia senza alcuna esistenza reale in quello della Creazione gossiana: “un passato ipotetico, naturalmente, ma minuzioso e fatale. Sorge Adamo e i suoi denti e il suo scheletro hanno 33 anni; sorge Adamo (scrive Edmund Gosse) e ostenta un ombelico [o un occhio, ndr], sebbene nessun cordone ombelicale l’abbia legato a una madre” (Borges, Altre inquisizioni, Feltrinelli, Milano 1963, p. 31). Se dunque sulla scorta di tali principi egli propose alla scienza la tesi strabiliante della presenza di scheletri di glittodonti, ma dello loro inesistenza, la circostanza per cui alcuni rettili fossili presentino un occhio sulla fronte non sta singolarmente accostando proprio queste due opposte, ma altrettanto vertiginose, regressioni in un’anteriorità precedente (una volta ad affermarla l’altra a negarla)? Qualcosa di ancora più sorprendente si scoperchierebbe d’altronde se si volesse estendere all’intero scibile tale archeologico, ambivalente, scavo a ritroso.
Non si potrebbe supporre lo stesso argomento anche per la storia dello Spirito e delle sue più alte fantasie e produzioni? Cosa ne sarebbe della lirica cortese, di tutta l’estetica metafisica della luce, dell’illuminazione gerarchica delle intelligenze angeliche che si addensa attorno alla fonte della donna-angelo, senza l’occhio che culla Eros come una diafana nicchia:  “negli occhi porta la mia donna Amore” (Dante)? Senza l’occhio da cui traboccano ardenti scorribande leste a configgere altri sguardi e trapassarvi il proprio stilo nel cuore (“Degli occhi suoi, come ch’ella li mova,/ escono spirti d’amore inflammati,/ che fèron gli occhi a qual che allor la guati,/ e passan sì che ’l cor ciascun ritrova”; da, Dante, Vita nova, “Donne ch’avete intelletto d’amore”, vv. 51-54)?
Venendo a mancare la prima iride che ispirò il poeta a spasso sui selciati di contorte viuzze tardomedievali, senza le sue pagliuzze cerule che addolcirono un’epoca, non esisterebbe forse nemmeno un trefolo di tutta l’architettura che la pose sulla sua sommità: il trasumanare del cor gentile, l’oprare d’Eros e dietro ad esso quello di Dio che move gli animi a tanta elevazione… Od invece davvero, come per le carcasse dei glittodonti, fuor dell’inventiva poco di ciò fu mai davvero reale? 
D’altro canto la vanità dell’amore è cieca solo se gli occhi possono contemplarne la bellezza; nulla sarebbe quest’ultima senza il loro retaggio (mendace?): “ma dai tuoi occhi io traggo la mia conoscenza,/ stelle fisse in cui leggo questo segreto,/ che verità e bellezza prospereranno insieme” (Shakespeare, Sonetti, XIV, vv. 9-11). Occhi…! Occhi tanto cruciali nella ricerca d’un archetipo e nell’intreccio tra immortalità ed esistenza caduca, da estendere  il monito schopenhaueriano anche in una coda salvifica: come non vi sarebbe principio del mondo, senza un occhio nemmeno continuerebbe a esistere e mantenersi il suo amabile sembiante: “ma la tua eterna estate non dovrà svanire/ né perdere possesso di quella bellezza che è tua,/ né la morte si vanterà che tu vaghi nella sua ombra,/ quando in versi eterni tu crescerai nel tempo./ Finché uomini respireranno o occhi vedranno,/ fin tanto vivrà questa poesia, e questa darà vita a te” (Shakespeare, Sonetti, XVIII, vv. 9-14).

Ed ecco infine, da un altro celebre adagio shakespeariano, palesarsi il loro gnoseologico sguardo, autentico ponte fra terra e cielo, creatura e bellezza, mente e sapere: “dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo”.
Ma il dramma dell’occhio è in definitiva proprio questo, non potersi vedere, dovere sempre rispecchiare qualcosa d’altro, realtà effimera o eidetica (forme fatue o amore profetico) e mai potere attingere se stesso né la genesi della propria visione.
L’occhio(del)sapere sconta il risaputo regressus ad infinitum; così come si sa di pensare poiché si congettura qualcosa, egualmente si sa di vedere solo guardando delle realtà (ciò dicasi anche del Veggente rimbaudiano che “giunge all’ignoto, e quando, smarrito, finirà col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste!”); pretendere d’aspirare al pensiero del pensiero come alla visione della visione, non può che meritare il corbascio di Gassendi: donde sapremmo di sapere? Occorrerebbe un altro pensiero per pensare il primo, come un altro occhio, e poi un terzo per il secondo, e poi un quarto per il terzo, e così via all’infinito…
Quando l’occhio presume di cogliersi non può che tagliare via se stesso come nella memorabile Screenshot 2016-06-20 22.06.49sequenza d’Un chien andalu di Buñuel, lì dove la lama della visione (il cinema) ne incide, al pari delle nubi cenerognole sul volto della luna, il sanguinoso bulbo dell’origine; la sua sclera brilla per un istante come l’astro nel buio della notte, per precipitare subito nella tenebra allorché lasci il posto all’oscurità del desiderio. “Dimmi, caro Bruto, puoi vedere la tua faccia?/ No, Cassio; perché l’occhio non vede se stesso se non di riflesso, attraverso altri oggetti” (Shakespeare, Giulio Cesare); Anche per Giulietta gli occhi potranno allora essere metafora delle stelle più belle ma non viceversa.
In fondo non solo non osserveremo mai (se non con la stratagemma mistificatorio e posticcio d’uno specchio) il nostro viso, né le sue lacrime o un nostro sorriso, ma tantomeno quanto è alle nostre spalle, il daimon della tragedia come quel che dal (del) corpo sta a tergo, nascosto quanto il destino, il rimosso, l’Inconscio che ci segue e non si vede. Se poi l’immagine onirica dell’occhio, al pari della bocca, è spesso, nell’ermeneutica psicanalitica, intesa quale simbolo dei genitali femminili, alla fine dell’Histoire de l’œil di George Bataille, esso non avrebbe potuto che rotolare nel crimine sacrilego; quello che lo estirpa (altra in-visibile evirazione del bene) dal volto ebbro del sacerdote ucciso durante l’amplesso immondo con Giselle, per farlo infine schizzare fra le sue natiche, tornare verso l’impuro orifizio diabolico, là dove lo sguardo sarebbe proibito, se non a costo di strapazzarlo, di liquefarlo nella viscosità oscena della sua brama: “E quando le chiesi che cosa le veniva in mente alla parola orinare, mi rispose Bulinare, gli occhi, con un rasoio, qualcosa di rosso, il sole. E l’uovo? Un occhio di vitello, a causa del colore della testa, e del resto il bianco dell’uovo era il bianco dell’occhio, e il tuorlo era la pupilla. La forma dell’occhio, secondo lei, era quella dell’uovo. Mi chiese, quando saremmo usciti, di rompere delle uova per aria, al sole, a colpi di rivoltella. La cosa mi sembrava impossibile, lei ne discusse, dandomi spassose motivazioni. Giocava allegramente con le parole, dicendo a volte rompere un occhio, a volte cavare un uovo, svolgendo ragionamenti insostenibili” (G. Bataille, Storia dell’occhio, in: Tutti i romanzi, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 122-123). Uno di questi potrebbe essere allora la volontà di trangugiare l’uovo virginale e cosmico della creazione (quel che pende dalla pala di Piero de’ Franceschi) – nevvero, come si ricordava, l’occhio che la inscena–, divorandolo nella bocca vorace delle pulsioni, ricacciandolo nel loro ventre sterile come fra le pieghe oftalmofaghe del sesso muliebre.
DSC00122Non è quindi un caso che sovente il mito antico punisca vizi ed efferate bramosie ponendoli prima nella mollezza dell’occhio ed emendandoli poi con la loro sottrazione metonimica.
Alcmena, madre di Eracle, strappa gli occhi presuntuosi di Euristeo che per sorte tenne il grande eroe in schiavitù, Ecuba quelli avidi di Polimestore, assassino di Polidoro, suo unico figlio sopravvissuto alla caduta di Troia, attirandolo con la promessa  di svelargli un bottino; Fineo acceca i figli avuti da Borea, credendo all’accusa di violenza, agli occhi mendaci della sua sposa Idea, figlia di Dardano, per essere a sua volta accecato dalle Boreadi; Tersite cavò stolido quelli dell’amazzone Pentesilea, uccisa da Achille in combattimento, per canzonare l’innamoramento di questi che in seguito lo uccise in preda alla collera; Fenice, figlio d’Amintore, re d’Eleone, traviò su richiesta della madre ingelosita la concubina del padre e fu da questi privato della vista in una sorta di rovescio conscio e fedifrago della sventura di Edipo.
Il mito insegna tuttavia che gli occhi possono cavarsi anche per un beneficio; si pensi appunto a quello dell’anima di Edipo, così ricoveratasi in una pur precaria tregua dal bagliore del rimorso: “Che fango! E l’ho additato io, in me. Potevo colloquiare con la gente con pupille chiare? Ah, no. Anzi. Potessi inchiodare fluire di voci, all’udito, farei di questa carne mia un’isola murata: ah non esiterei, avrei il mio nero senza suoni. Esilio dell’intelligenza, via dal male, è unica dolcezza” (Sofocle, Edipo re, 1384-1390); oppure a quello di Lamia punita da Era con la mancanza di sonno, ma risarcita da Zeus con la possibilità di toglierseli a piacimento proprio per ritrovare il riposo perduto. La loro mancanza è d’altra parte il guadagno di una vista più pura, senza scomodi ed opachi intermediari, raggiungimento eletto di quella cecità profetica (Tiresia) che in fondo la poesia stessa continuerà sempre ad elogiare  “il tuo peggio e il tuo meglio non t’appartengono / e per quello che avrai puoi fare a meno / di un’ombra. A questo punto / guarda con i tuoi occhi e anche senz’occhi” (Montale, Diario del ’71, “A questo punto”).
Ma il mito offre soprattutto l’immagine potente di una loro infinità e forse il destino di Argo è l’emblematica allusione, ancor più di quello di Lamia, alla possibilità che proprio l’occhio sovverta l’attitudine millenaria che ne ha fatto l’artefice della separazione fra luce e buio, sonno e veglia, conscio e inconscio, soggetto e oggetto.
Il nostro corpo, come ricorderebbe Merlau Ponty, preso nel tessuto mondano, è al contempo vedente e visibile, “le cose sono un  annesso o un prolungamento del corpo, sono incistate nella sua carne, fanno parte della sua piena definizione: il mondo è fatto della medesima stoffa del corpo (Merlau Ponty , L’occhio e lo spirito). Per di più “cosa sarebbe la visione senza il movimento degli occhi? E come potrebbe questo movimento non confondere le cose, se fosse lui stesso riflesso o cieco, se non avesse le sue antenne, la sua chiaroveggenza, se la visione non vi fosse già prefigurata?” (Ibid.)
Come se avessimo davvero i mille occhi di Argo sulle nostre braccia, come se il reale si trovasse già lì, squadrato dal loro movimento pittorico, mentre la visibilità manifesta sarebbe solo la copia di un’altra segreta: poiché “la natura è all’interno” come affermava Cezanne.
Forse avremmo veramente la possibilità inaudita di rescindere il velo di Maya, la cataratta metafisica che opacizza la nostra (s)vista, di squarciare il velo della rappresentazione con cui restiamo sempre ed esclusivamente innanzi alle cose, separati dalla trincea degli sguardi, reclusi nella logica inimica dello “stare di fronte”. Proprio l’occhio dell’animale, come ricorda Rilke, ci aprirebbe infatti uno spazio nuovo, un’intimità del mondo, un suo versante in cui lo sguardo stesso si troverebbe non più disgiunto, ma già dove esse sono, inconsapevolmente destinatovi, mescolato, confuso ai petali dei fiori, agli zampilli delle fontane, all’azzurro del cielo dove “silenziosi volano gli uccelli / attraverso di noi” (Rilke, poema datato agosto 1914), poiché “con tutti i sIMG_20160615_0005uoi occhi, la creatura vede / l’Aperto. Soli i nostri occhi sono / come rovesciati…” (Rilke, Elegie duinesi). Se questa conversione a cui dovremmo sottoporli non è altro che la trasmutazione del visibile in invisibile, la messa a fuoco di quel punto in cui l’esteriorità trapassa nell’interiorità, in cui l’Aperto esige il nostro compimento per divenire quell’intimo spazio, ebbene solo la morte potrà disvelarne allora la visione, passare dalla sua realtà spaventosa e torbida a tale affascinante e diafana irrealtà. Come scrive Maurice Blanhcot “l’altro versante, che Rilke chiama anche il ‘puro rapporto’, è allora la purezza del rapporto, il fatto di essere, in questo rapporto, al di fuori di sé, nella cosa stessa e non in una rappresentazione della cosa. La morte sarebbe in questo senso l’equivalente di ciò che è stato chiamato l’intenzionalità. Grazie alla morte, ‘noi guardiamo al di fuori con un grande sguardo d’animale’. Grazie alla morte gli occhi si rivolgono, e questo rivolgimento costituisce l’altro versante, e l’altro versante è il fatto di vivere non più distolti ma rivolti, introdotti nell’intimità d’una conversione, non già privi di coscienza, ma, grazie alla coscienza, collocati fuori di essa, gettati nell’estasi di questo movimento” (M. Blanchot, L’espace littéraire, Gallimard, Paris 1955;  tr. it. Lo spazio letterario, Einaudi, Torino 1975, p. 114).
Se giungessimo a tale metamorfosi, a vedere gli astri posati e palpitanti nella nostra anima issatosi a veliera delle costellazioni, allora sì, potremmo forse abbandonare l’orizzontalità per librarci come l’occhio-mongolfiera di Roden, per tornare ad essere il batalliano  “getto perfettamente verticale”, abbacinato dal fuoco dell’azzurrità, simili al dio solare che segnala la nostra appartenenza alla dismisura del cielo. E allora anche gli occhi della morte avranno, come nella stupenda lirica di Pavese, il colore di quelli amati, teneri e cupi come profondi laghi di solitudine, ma davvero potremo con la voce di chi traguardi le tenebre, la vita e il suo nulla, richiuderli sotto le palpebre dell’universo per aprili del tutto, in quell’onnipervasiva mansuetudine d’un amorevole, infinito, ultimo istante.

Un istante ancora, guardiamo assieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…
(M. Yourcenar, Memorie di Adriano)

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