Il dolce tedio

La dolce vita è non è affatto un film intorno alla scandalosa Roma dei salotti, delle dive, della ribalta e dei nights club; la sua dolce vita/dolce morte è piuttosto lo specchio in cui si riflette la stanca insoddisfazione dei suoi protagonisti. Marcello Rubini ne è l’emblema: giornalista frustrato nelle ambizioni letterarie e perduto tra futili cronache scandalistiche verrà alla fine risucchiato dal vuoto del mondo che lo attraversa. Lì si innerva la fibra scoperta di una delle passioni più totalizzanti e veritiere, quella in cui forse si svela la gratuità dell’essere e la nostra nauseante libertà.
Come la statua del Cristo portata dall’elicottero al fine di mostrarla alla folla di San Pietro, anche il pendolo schopenahueriano vi oscilla per cadere presto o tardi dalla parte della noia.
Non v’è forse migliore sequenza che descriva tale condizione del dialogo fra Marcello e l’intellettuale Steiner (in cui il primo crede di indovinare l’uomo ideale, mentre di lì a poco questi si suiciderà dopo avere ammazzato i propri figli); nella sua lucida inquietudine e totale assenza di speranza, Steiner afferma di temere una pace terribile capace di nascondere l’inferno e che bisognerebbe invece vivere distaccati dai sentimenti e dalle passioni, ma soprattutto dal tempo, per ritrovare il senso e stringersi nell’intimità d’un amore autentico (clicca qui per vedere la sequenza).
Screenshot 2016-06-02 15.44.45Ciò che egli tuttavia non sembra intuire è che l’inferno non verrebbe a rompere quella pace, ma che proprio quest’ultima lo sia davvero: un inferno molto più placido di quanto si potrebbe credere, che non offre spazio né al piacere (sempre possibile nel soffrire), né a una struggente nostalgia: la noia non ha corpo (piuttosto lo de-realizza, come la sua durata, in una tortura interminabile). Spossessati di ciò che non si possiede (il tempo) la malattia di vivere non ha più riserve. In definitiva, diversamente ma egualmente, in un distacco che già vivono, Rubini e Steiner sono catturati nella stessa viscosità; una condizione che bene potrebbe essere illustrata dal detto leopardiano “quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia” (Leopardi, Zibaldone, 4499).
Ripensando alle giornate di Fubini e riferendo alla noia ciò che Tolstoj disse in Anna Karenina della malinconia, si potrebbe esser tentati di soggiungere che essa si configuri come un “desiderio di desideri”, un desiderio che in definitiva miri instancabilmente a se stesso. Nel più formidabile meccanismo delle passioni che sia stato scritto – il Tractatus di Spinoza – in proposito si legge: “il Desiderio è Cupidità o Appetito di possedere una cosa, che è alimentato dal ricordo di questa cosa e che, nello stesso tempo, è ostacolato dal ricordo di altre cose che escludono l’esistenza della cosa desiderata”. In questa accezione un “desiderio di desiderio” sarebbe tuttavia financo appetito di appetito, un conatus al quadrato, uno sforzo di sforzarsi…
La Dolce vita sembra perciò esibire una descrizione della psyché e della sua intenzionalità che ci ri-vela piuttosto la noia come la consegna a una mancanza più profonda, a una frustrazione immobile, a un tempo fuori o senza tempo da cui risulterebbe impossibile per ciò stesso distaccarsi: a quella assenza/essenza, cui esso si volge, che è appunto la Vita.[1]

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Lo straordinario Mastroianni sdraiato sulla spiaggia come un maudit novecentesco nel lucore di un taedium lieve e abbacinante, pare sussurrarci che se lo scopo dell’esistenza è kierkegaardianamente la noia, quello della noia è forse di mancare la vita, divorandola senza mai incontrarla: “da principio si erra nel labirinto, si cerca il mare come il filo di Arianna. Ma si gira in tondo in vie selvagge e opprimenti e, alla fine, il Minotauro divora gli oranesi; è la noia” ( A. Camus, L’estate, in: Opere, c/di R. Grenier, Bompiani, 2000, p. 963).
Già, si insiste ad osservarla come il mostro lasciato sulla rena, e anch’esso ci scruta fissamente ancorché morto (più di noi?). La vita non si vede ma si ode (si osa) di lontano, senza sentirla, come una fanciulla che ci inviti a danzare: si dovrebbe seguirla eppure giorno dopo giorno non si fa altro che salutarla, annoiati…

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[1] O forse, leggendo lacanianamente il desiderio come sottrazione e insufficienza, ci mostrerebbe una paradossale “mancanza della mancanza”, un vuoto in cui viene sottratto anche lo spazio della malinconia (languore della privazione), una descrizione iper-fenomenologica della noia come desiderio che cerca se stesso, in quanto mancante?