Non avrai altro Dio…

Le immagini di questo articolo sono Screenshots copyrighted del film Dekalog di Krzysztof Kieślowski, catturati peronalmente in osservanza all’art. 70 comma 1 Legge 633/41, ai soli fini illustrativi dell’opera e per “uso di critica e discussione”

Nel primo episodio del Decalogo, “Io sono il Signore tuo Dio. Non avrai altro dio all’infuori di me”, Krzysztof è un professore universitario costretto, dopo la separazione dalla madre, a crescere da solo il proprio figlio, Paweł. Il suo ostentato, ma in fondo inquieto ateismo lo porta a ritenere reale solo ciò che può essere calcolato, così come gli contesta il ferventScreenshot 2016-06-02 15.25.24e credo della sorella. Il computer di casa, su cui il figlio si diverte a programmare le funzioni degli elettrodomestici, verrà utilizzato per stabilire che lo spessore del ghiaccio di un laghetto su cui Pawel vuole recarsi a pattinare potrà reggere il suo peso. Krzysztof è infatti convinto che grazie alla matematica si potrà un giorno rivelare “come conoscere ciò che si nasconde in profondità, dietro parole, fenomeni, lettere; come scoprire tutto il bagaglio culturale di una lingua, come riuscire ad individuare i suoi legami, storia cultura politica e vita quotidiana, come conoscere e comprendere ciò che crea lo spirito di una lingua, la sua metasemantica o la sua metafisica. Eliot – come ripete ai suoi studenti – ha detto che la poesia è ciò che non può essere tradotto. Provate ad immaginare un traduttore con una memoria illimitata alla quale può attingere in qualsiasi momento, attraverso la via non convenzionale di un congegno matematico che può essere considerato qualcosa o qualcuno…”
Ebbene, proprio l’abisso di una parola – Dio – espunta dalla lingua del professore, è ciò che nessun calcolatore potrebbe mai comprendere né tradurre. Cosa indica infatti Dio se non la vertigine di una nominazione (non è altro da ciò che ne fu e sarà detto) il cui referente sfugge per definizione al linguaggio – tale è la sua essenza come deus absconditus o mistero della fede – e che in tale sottrazione trascina il nome stesso sino alla sua scomparsa nello spazio sacro, ovvero proibito, d’ogni idolatria (anche quella del dio-macchina di Krzysztof)? “Dio: il linguaggio parla solo come malattia del linguaggio in quanto è incrinato, disperso, divaricato, e questo cedimento il linguaggio lo recupera subito come sua validità, potere, salute, recupero che è la malattia più intima, da cui Dio, nome sempre irrecuperabile, sempre da nominare e che non nomina nulla, cerca di guarirci, guarigione incurabile di per se stessa” (M. Blanchot, Le pas au-delà, Gallimard, Paris 1973;  tr. it., Il passo al di là, Marietti, Genova 1989, p. 41).
Screenshot 2016-06-02 15.26.40Così, nonostante la notte precedente si rechi di persona a verificare la tenuta del ghiaccio, l’indomani la sua incrollabile fiducia (non sorveglierà il ragazzo) comincerà ad essere turbata proprio dal segno dell’incontrovertibile: senza essere toccato un calamaio si spezzerà all’improvviso, come lo specchio d’acqua che gli strapperà Pawel contro ogni certezza, come il cuore nella irredimibile frattura del dolore. Dio non medica la disperazione e la collera, non sta né sopra né sotto il ghiaccio della domanda e della teodicea (“perché si muore?” gli aveva chiesto il piccolo qualche giorno prima);  nel film il divino ci appare piuttosto come la stessa kierkegaardiana incrinatura della fede (sia pure il suo rifiuto da parte di Krzysztof) pronta a rompere tanto la lastra del laghetto che quella del linguaggio, a disperderne l’inchiostro che ne rende incomprensibile la parola come le lacrime colate dalla cera del silenzio sul volto d’un’icona; lo spazio insondabile sceso tra di noi, interposto beffardamente innanzi alla scritta pulsante d’un monitor “I’m ready”: (mai) pronti al nulla (lo stesso che intercorre fra un “dio assente” e l’assenza di dio) intraducibile “all’in fuori di sé”.

 

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