Le pietre riflesse

L’immagine in evidenza e le foto di questo articolo sono di Roberto Valentini Licenza Creative Commons

 

Rileggendo lo splendido libro Le pietre di Venezia di John Ruskin non ho mai accantonata la volontà di dedicare, emulando innumerevoli e ben più versate penne, un’opera alla città che tanto appartiene alla mia storia e al mio sentire. Ne riporto di seguito alcune liriche (appartenenti a un gruppo di circa trenta sonetti e due più ampie liriche) trascritte senza timore di naïveté passeggiando sulle sue pietre antiche e disseminate di indizi. La scelta della forma chiusa è in questo caso una vera e propria rappresentazione analogica, una propagazione, nel riflesso delle rime sul flutto dei versi, di quelli miracolosamente rinviati fra le chiese, i palagi, le finestre ed i loro, più consistenti, riverberi d’acque.

 

foto77

 

   Finestra veneziana

Ti guardo dentro l’aria già conclusa
dalla fatica di altri occhi, nell’aria
sui muri sgretolata, ormai precaria,
penombra in una bava circonfusa
dal tempo, dalle antiche gronde chiusa.
Fiammeggia il sangue della saponaria
nelle corti più buie; solitaria
nel cuore smuovi una luce, confusa.
Ti guardo tra le logge, i tondi, gli archi,
queste pietre del cielo diroccato,
questi secoli dalla meridiana
resistiti fra marmi rosei e varchi
d’edera. Ti ritrovo sull’ornato
acqua verdognola, di una persiana.

 

 

 

 

IMG_0509

 

                    La calle

Si insinua un respiro in mezzo ai panni
così ammiccanti in fianco ai gerani,
agli aromi del selciato e di umani
silenzi. Si restringe fra gli inganni
d’un labirinto il cui filo condanni
a perdersi fra le ardue viuzze. Vani
e usci la sfiorano quando le mani
toccano le loro crepe negli anni.
Stanca una casa col suo color ruggine
costeggia la strettoia sempre più alta:
incauti ci addentra tra la salsuggine
e foschie che la sera poi smalta
di luna. Qui, dai rii l’olezzo di muggine
porta ai bàcari, e dei canti ribalta…

 

 

 

 

DSCF0121

 

                Ca’ Dario

Bambino ti guardavo dal canale
come sospesa sulla buia laguna;
cercavo il filo nella seta bruna
che l’unisse delle notti a un crinale
di brezze, avvolgendo di maestrale
i suoi comignoli – l’ago e la cruna
di poesia nella corba della luna.
Così di nuovo rivedo augurale
del marmo la maschera color miele,
come un bel volto rosaceo di donna
fra gioielli verdi e rubini, fedele
alla carezza entro cui s’assonna
sotto la nenia degli astri. O mia stele
già assorta e dei ricordi gaia colonna.

 

 

 

 

 

DSCF0055

 

                 La Gondola

Scivola sotto i muri, ormai corrosi
dal ribattere d’onda, fra i giardini,
tra fremiti e ozii sui rii cinerini
delle magnolie e d’allori odorosi;
come un’anguilla sfuggendo ai sinuosi
grovigli d’attracchi, svolte e gradini,
mescola il remo i suoi fiotti azzurrini
quanto un sospiro fra scorci viziosi.
Nera bocca moresca sussurrata
da baci d’acqua all’arcata d’un ponte,
che saresti senza un’altra sonata,
i canti sperdendo quali tue impronte?
Spegni così i riflessi a ogni vogata
mentre da un’eco muori all’orizzonte.

 

IMG_0529

 

                  Ca’ D’oro

Se dalle guglie all’acqua verderame
un setaccio di refoli spargesse
dell’alba o del crepuscolo una messe
ognuna non sarebbe che  un cascame
d’oro, perle ed opale; oh, col forame
d’archi, balaustre d’aria eresse
e il tuo splendore una nube? Protesse
forse le logge togliendo un velame
alle rose? Dentro i tuoi occhi di vetro
fra i piompi certo riposa una vita
a noi da secoli unita; se dietro
i tuoi mosaici e la facciata fiorita
non incontrassero i nostri, in un tetro
bagliore di già saresti svanita…

 

 

 

 

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

   Santa Maria dei Miracoli

Come un’urna di topazio riappare
improvvisa, stretta fra calle e rio;
Oh quale soprassalto il balenìo
di marmi, di cerchi, di croci rare,
e stelle iridescenti. Sono chiare
le tue pietre sparpagliate da un fruscio
del firmamento. E tutto il calpestio
intenso sotto le cappelle ignare,
non scompiglia l’angusto pavimento,
né il serpentino rosa alla parete.
Fra tante chiese figlie del portento
tu sola forse, come un ariete
del cielo immerso nell’acqua, al fermento
dei sestrieri dai infinita quiete.

 

 

 

 

foto101

Palazzo ducale

Losanghe dei marmi sono un drappeggio
sull’aria, quando anche il verde dell’onda
col biancore del molo si fa sponda,
e il portico tremante è col beccheggio
di gondole fatue. Dove fu il seggio
dei dogi e l’arte e le statue asseconda
dei tramonti uno sfoggio, e su una gronda
è lento il logorio che in un volteggio
ancora se ne dipinge di rosa.
Rosa di cieli e colonne e di squeri
che tappezza la facciata spaziosa
come la pace sospesa fra i ceri
d’ogni sua sera. Ah cosa vi riposa
se a una prigione ci reca leggeri?…

 

 

         Sera a Campo S. Polo

S’offre in una chiarezza più diffusa
dai fregi la conca alle calli, e tardi,
aspramente lambisce alla rinfusa
l’accia del vento gli istanti che guardi;
ma non ancora, smossi dall’accusa
del silenzio, crollano i baluardi,
e mentre increspa l’aria ne è preclusa
poi una preghiera. Fra torbidi azzardi
non invano nei fornici sai il marmo,
le lacrime di crepe nel magenta
degli intonaci, lì appresso i contorni
di farnia, o lontano il naviglio in armo.
Se al chiosco una folata spicca lenta
un ventaglio, che al cuore ritorni…

 

IMG_0184
L’immagine in evidenza e le foto di questo articolo sono di Roberto Valentini Licenza Creative Commons