Le pietre riflesse

L’immagine in evidenza e le foto di questo articolo sono di Roberto Valentini Licenza Creative Commons

Rileggendo Le pietre di Venezia di John Ruskin non ho mai accantonata la volontà di dedicare, emulando innumerevoli e ben più versate penne, un’opera alla città che tanto appartiene alla mia storia e al mio sentire. Ne riporto di seguito alcuni versi (appartenenti a un gruppo di circa trenta sonetti e due più ampie liriche) vergati senza timore di naïveté passeggiando sulle sue pietre antiche e disseminate di indizi. La scelta della forma chiusa è in questo caso una vera e propria rappresentazione analogica, una propagazione, nel riflesso delle rime sulle sponde dei versi, di quello miracolosamente rinviato fra le chiese, i palagi, le finestre ed i loro, forse più consistenti, riverberi d’acque.

 

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   Finestra veneziana

Ti guardo dentro l’aria già conclusa
dalla fatica di altri occhi, nell’aria
sui muri sgretolata, ormai precaria,
penombra in una bava circonfusa
dal tempo, dalle antiche gronde chiusa.
Fiammeggia il sangue della saponaria
nelle corti più buie; solitaria
ancora smuovi una luce, confusa.
Ti guardo tra le logge, i tondi, gli archi,
queste pietre del cielo diroccato,
questi secoli dalla meridiana
resistiti fra marmi rosei e varchi
d’edera. Ti ritrovo sull’ornato
acqua verdognola, di una persiana.

 

 

 

 

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                    La calle

Si insinua un respiro in mezzo ai panni
mentre ammiccano in fianco ai gerani,
agli aromi del selciato e di umani
silenzi. Sì, ci sfugge fra gli inganni
d’un labirinto il filo che condanni
a perdersi fra le ardue viuzze. Vani
e usci ci sfiorano quando le mani
le loro crepe toccano negli anni.
Stanca una casa col suo color ruggine
la memoria costeggia, sempre più alta:
incauti ci addentra tra la salsuggine
e foschie che la sera poi smalta
di luna. Qui, fra i rii l’olezzo di muggine
va ai bàcari, ma del cuore è ribalta…

 

 

 

 

                       

 

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                  Ca’ D’oro

Se dalle guglie all’acqua verderame
un setaccio di refoli spargesse
dell’alba o del crepuscolo una messe,
ognuna sarebbe allora un cascame
del tuo oro e di perle; oh nel forame
d’archi e balaustre d’aria eresse
il tuo miraggio una nube? Protesse
forse le logge togliendo un velame
alle rose? Dentro i tuoi occhi di vetro
fra i piompi certo riposa una vita
a noi da secoli unita; ma dietro
i tuoi mosaici e la facciata fiorita
se non incontrassi i nostri, in un tetro
fulgore di già saresti svanita…

 

 

 

 

 

 

 

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Palazzo ducale

Losanghe di marmi sono un drappeggio
sull’aria, quando anche il verde dell’onda
col biancore del molo si fa sponda,
e il portico tremante è col beccheggio
di gondole fatue. Dove fu il seggio
dei dogi e l’arte e le statue asseconda
dei tramonti uno sfoggio, e su una gronda
è lento il logorio che in un volteggio
ancora ce le dipinge di rosa.
Rosa di cieli e colonne e di squeri
che la facciata tappezza spaziosa
quanto la pace sospesa fra i ceri
d’ogni sua sera. Ah ma che vi riposa
se a una prigione ci reca leggeri?…

 

 

         Sera a Campo S. Polo

S’offre in una chiarezza più diffusa
dai fregi la conca alle calli, e tardi,
aspramente lambisce alla rinfusa
l’accia del vento gli istanti che guardi;
ma non ancora, smossi dall’accusa
del silenzio, vi cede i baluardi,
se mentre increspa l’aria vi è reclusa
poi una preghiera. Fra torbidi azzardi
non invano nei fornici sai il marmo,
le lacrime di crepe nel magenta
degli intonaci, lì appresso i contorni
di farnia, o lontano il naviglio in armo.
Se al chiosco una folata spicca lenta
un ventaglio, che al cielo ritorni…

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