Di seguito il contributo pubblicato sulla rivista “Magazzino di Filosofia” n. 43/2023 © Tutti i diritti riservati
Cosa denuncia il nostro rapporto, il legame, l’affinità coi cari trapassati? Non addita forse un dovere, la risposta a quell’appello che è lo stesso porsi del passaggio: vivere non “per”, ma “con “ i defunti? Perché sì, l’al di là non è che un orizzonte nei nostri sguardi, il riflesso dove essi sopravvivono come l’iride del cielo (lì soltanto è il suo regno), testimoniando la condivisione e la presenza, ma anche ciò che non avvertimmo e sfuggì alla nostra attenzione, o che persino ci precedette, giacché i ricordi non sono reliquie ma momenti fuori dal tempo, eventi che ci alterano, che usurano la compostezza della nostalgia, con cui dialogare rintracciando l’altrove d’una provenienza (attimi che custodiscono anche ciò che non ci è appartenuto, la stessa premura e desiderio in cui fummo concepiti; tale è il nostro ricordo dei genitori).
Se la loro salvezza sta allora lì, fra le pieghe degli sguardi, questi avvolgono tutti i pensieri e le emozioni, le preoccupazioni e le gioie, i dubbi e le aspettative, i sogni che ci furono destinati. Perciò abbiamo il dovere di farli vivere ancora in un’intima, oscura, solidale appartenenza che interpelli il mondo con fermezza e generosità: finché i morti continuino a contemplarlo attraverso le ferite dei nostri occhi, finché lì filtri il pulviscolo del chiarore, un tempo da vivere ancora, assieme, familiare come il lutto degli astri sotto la carezza della notte.
Ai miei genitori
Oh ma la vostra non è cenere,
minuzia di luce dal setaccio dei cuori
scesa lungo le rughe dei giorni
dentro i volti che arde il ricordo;
non è resto da una contumacia di voci
che si faccia chiarezza di pianto.
La vostra incombenza è profilo d’anime
che contorna i fiori la sera,
perché il dovere di vivervi
è il loro profumo,
e grumo nella parola di sguardi;
è l’urgenza di sollevarvi un poco le palpebre
perché sono per voi le rose dei giardini,
tra le fronde di nubi una campana,
e tardi la luna sui muri.
È per voi sulle labbra
la spina d’una preghiera, nell’esilio del vero.
Perché sì, lasciando
feretri d’attese si muore
per essere ancora negli Altri.
Per issare in un baratro d’astri
sulla meridiana degli occhi il vaglio
da un’abiura del cielo.
Perché so che la mia ombra si staglia
in una fessura di solitudine
dal chiodo d’un vostro sorriso,
che nulla ingombra l’uscio di casa
e l’abitudine di sostarvi con voi.
Perché so che il tempo fra noi
non è meno raro della luce che lo solca
meno fondo della fine che lo crea,
meno duro della felicità che lo invoca.
Variazione eccentrica: oltrepassare la morte nel nome del padre
Dove è il padre, dove si situa il suo luogo, la sua presenza, la sua ulteriorità?
Domanda non indifferente se a pronunciarla è lo stesso figlio sulla croce. Perché il figlio – questo dichiara il mistero trinitario più dell’affermazione biologica – è anzitutto la continuità, se non la consustanzialità, dell’essere (del) padre.
Nel regno di Cronos, nella voracità del divenire ciò porta tuttavia a concludere che se il padre è mitologicamente il Tempo, la figliolanza costituisce l’oltrepassamento della morte giusto nel suo scorrere, lo scandalo d’una temporalità oltre il tempo, la riduzione della fine a intervallo, consegna di voci, passaggio di anime, ritmica di stelle al posto d’una cesura invalicabile, d’un arresto conclusivo che si deponga come lapide d’azzurrità e ardesia del nulla.
Da una parte occorre perciò affermare: “se v’è prossimità e continuità la mia felicità sarà la vostra” (bisogna cioè vivere in letizia per restituire ai defunti anche la loro esistenza perduta). Dall’altra è pur vero che mentre la madre non muore – essa è l’eternità dei cieli, dell’amore e della generazione (l’oltremondo uterino) –, morendo il padre si perisce con lui, una parte della sua morte si compartecipa in noi, s’estingue d’una delicata agonia la nostra più intima forza: il padre incrollabile diviene la fragilità del figlio. Si muore col/nel padre rassomigliandogli come il fiore alla luce, proprio perché con lui si esaurisce un tempo (d’un’infanzia comune) dentro di noi.
La medaglia del ricordo ha perciò due facce, la perdita sul lato del figlio, la continuità su quello del padre: il primo finisce assieme a lui (consuma se stesso con lui), il secondo sopravvive col figlio (è sé altro da sé; ciò per cui si potrà sempre dire: “Io sono mio padre”).
Se la madre è l’inesauribile dolcezza, il lancio che ricrea in continuo il turbinio di queste due facce, a un ultimo tratto la moneta cadrà invece, una volta per tutte, fermandosi sul bordo liso dell’ora, sul confine dei suoi due lati smarriti: padre e figlio irrevocabilmente, fedelmente congiunti nel perdono dei volti, nell’usura d’un sorriso che estingua persino la morte.