Da Cratilo a Giulietta, una domanda sul linguaggio
“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?” (Romeo e Giulietta; Atto II, Scena II); il quesito di Giulietta, quasi offerto all’altare del convenzionalismo anziché al tributo assolutorio dell’amato, sembra trascurare che i suoi petali somiglino più a voci nel vento che non alla semplice lamina variopinta incoronata dal nettario. Sì, petali che ricordano l’alito che li scuote come il male dei fiori, refolo inane della parola: “un non dico niente che, così risuona. Non dico niente. Soffio di vento, divento soffio. Importa solamente come suono questo non dico niente” (Carmelo Bene, Quattro momenti su tutto il nulla).
Eppure grazie ad esso anche le cose che ci chiedono asilo trovano la pace d’essere state (dette) almeno una volta. E dove potrebbe aversi tale riposo se non nella pronuncia che al contempo le uccide, imponendovi il nome? Certo, tene rem verba sequentur recita l’adagio, ma una rosa non è affatto un semplice confuso assieme di macchie o di odori, bensì, come scrive la poetessa, lo specchio del (suo) nome: “una rosa è una rosa è una rosa”… Ormai soltanto la parola ne custodisce la vita. Per questo ci parla, forse, d’uno strazio incompiuto; inesauribile arrestarsi dell’assassinio sulla soglia del suo gesto tardivo. Recitando ancora Bene: “lo so, mi sa che il nostro delirare in voce è un differire la morte, ché noi si muore appena abbiamo smesso di parlare, appena abbiamo smesso l’illusione d’essere nel discorso” (Ibid.). Chi uccide col nome perisce dunque di silenzio; il crimine tocca tanto lo sguardo che la cosa, il soggetto che l’oggetto; il linguaggio rimescola sempre a piacimento, e in seconda battuta, la scena del misfatto, al punto che soltanto per sua intercessione ci possiamo felicemente ingannare nella lusinga di un fiore e dai profumi saliti ai presagi del cuore, riudirne il grido trionfale: “l’uomo dà prova di riflessione […] quando emergendo dall’interno aleggiante sogno di immagini che gli trascorre innanzi è in grado di raccogliersi in un momento di veglia, di indugiare volontariamente [N.B.] su un’unica immagine, sottoporla ad un’osservazione chiara più tranquilla, distinguerne i caratteri […] Benissimo! Gridiamo con lui eureka! Questo primo contrassegno dell’intenzione è la parola dell’anima! Con ciò è stato inventato il linguaggio umano!” (J. G. Herder, Abhandlung über den Ursprung der Sprache) Ahinoi! La fanfara della coscienza intona così la lode dell’intenzione e della conseguente convenzione, ignorando tuttavia il fatto che essa non preesista al linguaggio e al suo ordine simbolico, che mai potrebbe forgiarlo né folgorarlo, nemmeno nella più herderiana delle notti assopite di grida. Cos’è infatti quella “osservazione in grado di distinguere i caratteri” se non già l’usura d’una semiosi? Il pensiero accade solo quale articolazione del linguaggio, dentro quest’ultimo; immaginare che la nostra intenzione possa averlo volontariamente creato equivarrebbe ad affermare l’atavico paradosso d’un pensiero prima del pensiero. Varrà forse ritenere che sia piuttosto il linguaggio ad essersi imposto all’umanità, ad averne fecondata la curiosità partorendovi l’anima; che le ancestrali testimonianze d’un segno nelle pitture rupestri, quelle tinte ocra e manganese assieme ai loro contorni anneriti, fossero già convenuti, prima dei loro artefici, nella selce degli scalpelli e nelle pareti delle grotte. Il linguaggio sarebbe così un sogno del possibile miracolosamente apparso in una mente illogica e caotica, una generosa virtualità del mondo, un fiore sbocciato sul suo ramo quando questo si offrì in un tessuto di grafi, pronto ad essere tratto dalla conceria del Caso e gettato dalle laboriose dita d’un lemure, al pari d’una pelle di montone, sulle gracili spalle dell’uomo.
Né d’altro canto gioverebbe stare con Cratilo ed Antistene contro eleati, megarici e la sofistica Giulietta (ritenere cioè che esso non sia frutto dell’arbitrio, ma che siano state le suppellettili e gli esseri dell’Eden a suggerire i nomi all’ascolto di Adamo); basti pensare a tempi assai meno remoti e a teorie realistiche basate su una semantica dei “designatori rigidi” per ritrovarsi, nello stesso roveto ardente dell’episteme, in un cafarnao di dilemmi, primo fra tutti l’ammettere un’inaudita necessità a posteriori che leghi il linguaggio all’essenza, metafisica, delle cose; ma si sa la scienza in fondo lo è… Perché, fosse pur vero quanto si diceva in precedenza, altrettanto lo è che il linguaggio, come un crivello passato tra le acque eraclitee, setaccia il mondo separandone le pagliuzze in base alle intensioni, o ai concetti, che di volta in volta si associno ai nomi. Proprio la scienza contemporanea offre una chiara ostensione delle loro reliquie quando ribadisce come al variare di tali proprietà cambi il riferimento ritagliato nella realtà: se ad esempio l’oro, descritto ed individuato grazie a precise caratteristiche chimico-fisiche, fosse concepito in base ad un diverso peso atomico, ciò che prima lo era non sarebbe più oro, mentre ciò che prima non lo era lo diverrebbe. Sono allora i nomi, taglienti lame del tempo, a sgretolare il granito del creato cavandone i calchi delle cose, non quest’ultime a determinare i primi.
In un approccio naturalistico di questo tipo come si potrebbe poi distinguere fra la dignità di quello “XYZ” dell’acqua sulla “Terra gemella” d’un celebre esempio (il quale, ammesso e non concesso che tale ne sia l’ousia, continuerebbe a designare la molecola H2O, anche supponendo un pianeta analogo al nostro ma con un linguaggio ignoto e imperscrutabile) e i nomi “flogisto”, “drago” o “sirena” che, contraddittoriamente, non dovrebbero invece avere (e perché poi?) più nessuna realtà corrispondente? Se fosse il silenzio del mondo a dettarceli, almeno un pingue alligatore o un’iguana gigante sfuggiti alla tassonomia non dovrebbero continuare ad essere il riferimento di “drago”, così come un esemplare straordinariamente aggraziato fra i corpacciuti e teneri lamantini lo sarà delle sirene dei marinai? Immaginare che siano le cose a insufflare il vetro dei nomi ricavandone i vasi in cui versare sempre la stessa acqua, è meno ingenuo che sospetto. Nulla da fare… Il tallone dolente di questa tesi sarà comunque trafitto dalla freccia dell’inesplicabile nesso causale fra il mondo fisico e la nube dei significati, mentre le spoglie del centauro reale/razionale (con la tunica intrisa proprio del sangue avvelenato di Nesso) rendono folle anche la mente più erculea. L’ossessione si apre al deliro e anche sull’ara di Russell e Wittgenstein si potrebbe apporre un cartiglio che reciti “se il mondo ha la forma del linguaggio e la mente pure, cosa potrà più distinguerli?”.
Tra i fragorosi crocicchi della improbabile naturalità e della sorda convenzionalità, rimarrebbe ancora la platonica via mediana e certo, a favore di Giulietta, si potrebbe ben ammettere che se da un bovino nascesse per badalucco di Tyche un puledro, rimarrebbe pur sempre, fenomenologicamente, un puledro, anche lo si chiamasse allora “bovino”. Il rimando a un linguaggio ideale, il mondo delle idee, che delle favelle precipitate nel misero brago sotto la torre babelica, sarebbe l’impronta e l’autentico metro di platino, non finirebbe tuttavia che erigere un’altra torre sulla torre, e poi un’altra ancora sino a mancare a sua volta l’inarrivabile e agognato iperuranio – sempre il gradino d’una lingua più in su – e la sua distesa d’archetipi, simili a lapidi nel cimitero dell’eterno. L’inafferrabilità del mondo che, contro il veleno della scepsi, indusse al ricorso alla reminiscenza per preservare qualche avallo di conoscenza, rimane un muro impenetrabile se questa memoria, fondandosi sempre e ancora su se stessa, non può che frammentarsi nel labirinto dei suoi regressi, rintracciandovi infine solo il minotauro del nulla. E allora sulla sommità del muro, sul suo statuto di sostanziale irraggiungibilità, varrà la pena porre qualche coccio di bottiglia e lasciare che il linguaggio, ovvero lo stesso muro, ci dica semplicemente “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”…
Se soltanto il linguaggio, ciò che proprio trascendendoli determina soggetto e oggetto, si offre come l’evidenza estrema – quella della “lettera rubata” sotto gli occhi di tutti, e che pure tutti, in assoluta buona fede, fingono di ignorare – anche la Natura che ci dona i suoi virgulti apparirà allora diversa, forse sì come l’indifferente matrigna che potrà rifiutarsi di rispondere alle nostre domande e dirci il segreto del nome, ma non di riecheggiare la sua domanda profonda. Giacché sebbene una rosa continuerebbe a profumare anche privandola del suo appellativo, senza poterla conoscere non ci soffermeremmo nemmeno a distinguerne l’olezzo fra mille altri e mai da un bocciolo Shakespeare avrebbe tratto le altre celebri parole di Giulietta “questo germoglio d’amore che si apre al mite vento dell’estate, sarà uno splendido fiore quando ci rivedremo ancora” (Romeo e Giulietta; Atto II, Scena II). Una rosa insomma, esattamente come Dio o lo Spirito hegeliano, non è altro da ciò che si può dirne (“l’essere che si comprende è linguaggio”) e il fatto che un fiore o la natura sia indifferente al (nostro?) linguaggio è pur sempre il linguaggio a dirlo. Nell’inesplicabile intreccio, che mai teoria della sua genesi risolverà, fra i nomi e le rose (la rosa delle cose), Adamo non si aggirerà più sul suolo d’una foresta da cui si elevino virenti colonne di simboli, ma i rampicanti che le avvolgeranno vi lasceranno ancora visibili le crepe dell’essere. Forse sbirciando fra di esse si scorgerà allora anche la più isterica delle donne, Diana al bagno, e davanti al suo raccapriccio, tolto il rosso drappo tizianesco, non si mostrerà più la nuda verità (della voce divina) bensì il suo nulla e il conseguente errare nel linguaggio (verità che come la filosofia – la tenda di Pitagora sempre innanzi a noi – non sta in nessun luogo). Diverremo allora come Atteone e finiremo sbranati dalle nostre ossessioni, vittime d’un parlare schizofrenico, di un “linguaggio mangiato” incapace di distinguere le parole dalle cose e il significato dal senso? O forse ci ritroveremo trasfigurati in pastori pronti a custodirvi “la dimora dell’essere”, stenografando la Dichtung di Heiddeger, il dettato della Poesia dalla Saga d’un Dire originario (senza più curarsi di ogni esplicito Aus-sage)? Ça parle…
“Dire, sagan, significa mostrare: far apparire, dischiudere illuminando-celando, nel senso di porgere ciò che chiamiamo mondo. Questo porgere il mondo, che è insieme un illuminare e celare o velare, è la vivente essenza del dire” (M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio); saremo a quel punto capaci di scolpire col bulino d’una parola mai nostra il profilo del pensiero e di parlare il luminoso linguaggio di Dio?
Varrà infine la pena (cioè la sofferenza) di tornare al detto gorgiano “se anche l’essere fosse conoscibile non sarebbe comunicabile” e di rimodularlo con sufficiente astuzia in questi termini: se anche non fosse conoscibile sarebbe ugualmente comunicabile…
Nella muta profondità della Notte prestiamo allora attenzione alle voci, divine o demoniache, che instancabili sussurrano:
“La verità c’è ma non si dice”…
(Non c’è ma si dice)
Sul tema della lingua si veda anche la mia variazione su http://www.filosofiacontemporanea.it clicca qui per leggere l’articolo