Fra terra e luce

L’immagine in evidenza è una foto di Roberto Valentini Licenza Creative Commons

“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?” (Romeo e Giulietta; Atto II, Scena II); se prendessimo dunque a monito la lettera del detto shakespeariano, la ricerca di un contrappunto poetico fra immagini e parole risulterebbe forse, più che vana, ineluttabilmente consegnata ad uno scacco ed alla dissuasione di qualsiasi sforzo intrapreso. Allo stesso tempo una rosa non è tuttavia un semplice confuso assieme di macchie colorate o di odori, bensì, come scrisse la poetessa, il segreto del (suo) nome: “una rosa è una rosa è una rosa”… Tutto ciò che sappiamo delle cose è quanto possiamo declamarne, l’essere che si comprende è linguaggio; perciò una sembianza floreale potrà per sempre essere associata anche alle altre celebri parole di Giulietta: “questo germoglio d’amore che si apre al mite vento dell’estate, sarà uno splendido fiore quando ci rivedremo ancora” (Romeo e Giulietta; Atto II, Scena II).
L’idea che ha portato alla realizzazione di questo volume non pare dunque semplicemente un attraente eclettismo: l’abbinamento di fotografie caratterizzate da una particolare intensità fascinatoria a dei versi che ne traducano l’intuizione evocativa, e viceversa, corrisponde in effetti al potenziamento delle possibilità di significazione di entrambi gli ambiti, così come alla ricerca della matrice di un linguaggio comune. Certamente le immagini custodiscono una riserva ermeneutica inestinguibile, un rimando allegorico-metaforico-simbolico che risiede nello stesso rapporto tra visibile e invisibile e nella possibilità di una semantizzazione degli aistheta; se così le soffici scaglie di rame del tramonto o la diafana azzurrità del cielo possono, al di là del mero dato impressionistico, condensare una molteplicità di suggestioni, sull’altro versante, quello della parola, si rintraccia un repertorio altrettanto inesauribile di significati, di mondi che possono essere dischiusi dal discorso lirico in modo da raccogliere sotto di sé una vastità incalcolabile di immagini e figurazioni sensibili. Se poi il serbatoio di quest’ultime è in definitiva assimilabile al ruolo genetico del silenzio rispetto al linguaggio, solo il dire poetico può divenire il luogo in cui l’intangibile ricchezza del primo giunga a popolarne la voce. A fondamento di entrambi non vi sarebbe allora nient’altro che la Dichtung heideggeriana, il dettato della Poesia intesa non come arte particolare, ma quale essenza del linguaggio in quanto evento in cui l’ente si apre all’uomo, Sage (Saga) del Dire originario (in base a cui soltanto risulta possibile ogni Aus-sage o discorso esplicito), silenzioso mormorio dell’essere che giunge a manifestarsi solo nel nostro, sonoro e intellegibile. “Dire, sagan, significa mostrare: far apparire, dischiudere illuminando-celando, nel senso di porgere ciò che chiamiamo mondo. Questo porgere il mondo, che è insieme un illuminare e celare o velare, è la vivente essenza del dire” (M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio). Nulla più di queste parole ‒ credo ‒ potrebbe unificare e far brillare quel nesso, tanto convintamente cercato nella “saga lirico-pittorica” di questa raccolta, tra la fotografia, umbratile scrittura con la luce, e l’apertura di spazi, di radure sulla terra della pronuncia poetica: fra terra e luce, antipodi dell’uomo.

ISBN 9788891163264
57 pagine
10,20 euro

Versione cartacea

Visualizza l’anteprima