Sembianze di Luna

L’immagine in copertina riproduce un dipinto di Rita Russo. © Tutti i diritti riservati

Traendo spunto dall’incantevole modello di Platero y yo del poeta spagnolo Juan Ramon Jiménez, il volume Sembianze di Luna (in uscita a settembre), raccoglie una serie di brevi prose liriche ispirate a un sincero e meditativo confronto con la gatta con cui spartii allegrezze e malinconie, effusioni e preziosi frammenti di vita. Una elegia delicata che vuole narrare la storia di un’amicizia, di una sottile comunione fra uomo e animale, di un’appartenenza di ricordi in cui ritrovare la verità d’un destino comune.

Anteprima

L’INCONTRO

Il giorno in cui ti conobbi Antonietta mi rivelò presto la tua presenza, incantevole, rara e guardinga come il nome svelava: Luna. Fermato il mio sguardo nel tuo, scorsi sopra la duna d’una notte solinga l’arabesco d’una nube verdeoro, poi ebbi un tremito che d’improvviso sciolse solo il tuo passo curioso, attratto dalla querula mano che protesi come un’altra distesa di sabbia su cui lasciare una tremula impronta. Con incedere cauto e deciso avanzasti al pari del languido astro mentre disfiora col suo muso d’argento il profumo dei colli, quindi socievole avvicinasti il tuo alle mie dita sospese. Chissà quali fauste essenze vi salirono dal cuore, ma certo ti piacquero se mi desti un piccolo morso amichevole e poi, in modo un poco altezzoso, continuasti per il tuo distratto cammino. Intanto, nel quadro irreale del nostro incontro, come avessi destato il mattino più bello, Antonietta vi lasciò risuonare il suo riso, il riscontro inatteso d’una luce fresca e leggiadra.

ALLA FINESTRA

A volte entrando nella camera ti trovo affacciata al davanzale, quasi guardassi come una bimba trasognata e nostalgica i comignoli o i fumi bioccoluti sui tetti. Fuori è un’aria algida, ma il locale con le sue alte pareti e gli stucchi del rosone come ninnoli d’un lampadario che certamente un giorno adornava, è ben riscaldato dalla stufa nel corridoio; lì si snoda il suo tubo dalla buffa maglia color tortora, penzolante come le scaglie del lungo corpo d’un drago, cheto ed ansante il suo alito caldo; chissà se così lo rappresenti anche tu….
D’estate è già ben altra atmosfera e il contrasto fra il biancore dei muri e gli stipiti turchesi evoca le casupole dei paesi di mare, tanto che pure qua, nella scipita metropoli, pare la sera di ricordarne l’aroma, fra scogliere di tegole e mareggiate di catrame. Quando ti spio in quel luogo, vicino al cascame dei fiori, mi domando se l’orizzonte che scruti al crepuscolo, fra tinte malva e azzurrine e le nubi smaltate di rame, equivalga al confine del nostro mondo, alle stelle, al mistero del cielo sui monti… Il tuo – mi dico – in fondo è così minuscolo, ridotto alle quattro stanze di casa che già solo il palazzo cinereo sul limite della strada ti basterà come segreto inviolato.
Ma quando ti volti e mi squadri pare che tu voglia dirmi con clemente pazienza: “una reggia vale la più umile cella per la solitudine della coscienza. Oh, anche io da qui rimpiango le stelle!”

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© Tutti i diritti riservati

SULLE SCALE

Il palazzo antiquato, dal colore citrino affumicato di polveri, i veroni con le pingui colonnine di serizzo, i battenti socchiusi come poveri sbadigli sul suo frontespizio logoro ma altero, è il tuo regno indiscusso, una foresta in cui risiedi con noi un po’ prigioniera un po’ trionfatrice. Al suo interno si distingue una scalèa più sobria, i cui gradini consunti dalla gloria di lunghi camminamenti, a tratti crepati o sconnessi, si susseguono oziosi sotto una bella ringhiera di ferro, sormontata da un lustro e pudico corrimano di legno. Cosa ti spinga, ogni qual volta Antonietta apra l’uscio di casa a precipitarti fulminea sulle rampe, m’è sempre parso un enigma. Non una volontà di scappare dacché al richiamo cordiale e deciso torni immancabilmente alla tua domestica dimora, non una chiara ispezione, scegliendo più spesso la dimestica via verso l’alto che non quella che porta alle cantine e al portone sulla strada. Così credo che certo anche tu ne senta provenire la fragranza intesa e attraente di lastrici, botteghe e viandanti – “Voilà ma route avec le paradis au bout”, scriveva Verlaine – ma che, giunta sulla soglia, preferisci il calore di casa alla voglia insicura d’un’avventura là fuori. Forse il paradiso non è poi più confortante e spazioso d’una sola nostra giornata, o forse il suo luogo più vero è il profumo che emana… Già, forse non ti sbagli nemmeno su questo.

LE FUSA

Quando vieni in braccio e lentamente sulle gambe t’accovacci sistemi il tuo ricovero per un tepido riposo, con le zampe smuovi le pieghe del tessuto come aggiustassi un povero giaciglio di paglia o un nascondiglio nella radura dell’erba. Ciò mi dona, pur sotto le spillature dell’unghie, il piacere intrepido e sottile di sentirmi come un grembo floreale, fratello della “Donna terrestra”, la Vallombrosa la cui “insenatura dolce e quasi voluttuosa” pareva al D’Annunzio l’inguine d’una splendida fanciulla (così forse, all’opposto, ti parrò io stesso una effigie naturale).
Dappoi, reclinato il capo e come caduta in una nicchia fra le vestigia del nulla e dell’essere, s’annunzia, prima stentato, poi accresciuto da uno sfioramento (così innesca una scarica il sordo vibrare d’un globo elettrico) il canto sirenico delle fusa. E m’assembra d’udire un verde murmure di selve, il ronfo del vento sulle cime d’ilice smosse, il turbine di vapore azzurro sugli acquitrini o le tegole di campagna, il respiro rauco della Natura o dello Spirito tronfio e assopito. Oh in fondo non diversamente dalla compagna di Proust rievoca il glauco ribattere della risacca mentre sulla rena s’insinua, o alle spume rimescola un argenteo fruscio della luna. Così pure il mio spirito si sente trascinato dal tramestio quanto una pietra levigata, un residuo cimelio ripreso di continuo sul confine dell’onda, in un languore senza fine…

LO STUDIO

Luna ha un soffice pelo verdebruno, striato da vampe d’oro, che parrebbe adatto a nascondersi fra la neve d’una falotica tundra, lì dove scorgere, confusa fra pini, canne e arbusti virenti, la sagoma venusta e metafisica d’una tigre. I suoi occhi magnetici, velati da una indulgente malinconia, mentre pigra vagola qua e là si compendiano di un sigillo di nobiltà, di quei rintocchi del cielo che le occasioni più inaspettate sono pronti ad offrirci (solo Antonietta – è la sua gatta da che la raccolse sopra un selciato – non ne sembra estranea, ma l’esclusiva sibilla del loro ascetico velo). Mi distolgono sempre dallo studio quando con un agile salto la ritrovo fra una miscellanea catasta di libri aggirarsi in cerca di qualcosa. Ora annusando le pagine aperte, ora strusciando il fianco entusiasta sul loro dorso gualcito. Qualche giorno addietro una rosa scarlatta adagiata nel vaso color lapislazzuli della cucina, tanto ne attirava l’interesse da ritenere che le suscitasse alcunché di remoto e sontuoso.
Da quando appassita non l’hai più ritrovata vieni a cercarne una scia nello strano giardino di cui i libri ti parranno magari un vano muro di cinta. Oh, forse vorresti cercane l’immagine estinta e l’eterna fragranza nelle rosi universali della poesia…? Mentre vi medito ti accoccoli e cominci assorta e distante a catturare ascolti e fantasia nel ritmo lento e ripetuto delle tue fusa. Così, più disteso, cullato dal mormorio del tuo “gru gru”, ti scrivo deferenti e desueti dei versi:

Oscuramente rivieni, minuta
fiera, coi bei smeraldi sul fondale
degli occhi; come la vita creduta
nelle gramaglie dell’accidentale,
con le froge dischiuse all’aria muta
lieta ne vaneggi a volte un rivale,
altre i petali d’ostro, una perduta
rosa. Attimi colmi d’ombra serale
che amavi mordicchiando umide foglie.
Oh non negarmi triste una carezza
se la tua marcescibile selva ora
non è. Qua, abbisciata sopra soglie
di libri, le fusa siano saggezza,
la sfinge per cui d’essere s’ignora.

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Foto di Victoria Solovyova © Tutti i diritti riservati

Questa gatto non è Luna ma tanto me la ricordò e trovai singolare l’incontro tra il seplolcro, la rosa e l’animale (quasi una visione del sonetto) dal voleverlo accostare, e dall’essermi sentito per un istante  convinto delle parole di Borges:  “chi mi sentisse assicurare che il gatto grigio che adesso gioca nel cortile, è lo stesso gatto che balzellava e giocava cinquecento anni fa, penserà di me ciò che vuole, ma più strana pazzia è immaginare che esso sia fondamentalmente un altro”.

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