Enciclopedia di poesia contemporanea

Di seguito le liriche antologizzate nella silloge poetica della Fondazione “Mario Luzi”  IMG_20160517_0002

 

 MIGRAZIONI

Lungo il tragitto ustorio dell’inedia
i caffettani più scuri del buio
non distolgono i volti dall’assedio
dei bagliori radenti. Cecità
assolutorie esentano gli stagni
opachi degli occhi dal ricevere
la morte, già caduta come un sasso
nel limo d’anime, tra siccità
che crepano le fronti come terre
d’approdi. Un’altra morte che precorre
gli esodi e sperde i lamenti della sabbia
sulle carcasse animali, sotto i lutti
degli astri. Sono carovane in fuga
dalla rabbia ancestrale, apocalisse
e carestia dei cieli, migrazione
nei deserti coltivati dall’uomo
con semi di genocidi, di germogli
lasciati tra le mani ormai assuefatte
delle salme, insepolte come tronchi
sradicati dai venti. Ma allo zenit
s’appiglia la tenda delle tenebre
mentre un oblio più indulgente ristora,
fra le palme sparute ed i fanali,
i poveri costati seminudi
degli orfani d’Iddio. Emunti fanciulli
sotto una sindone gialla di luna
vicino a sandali rotti e taniche
riempite alle galassie. Senza scandalo
passati da una zattera all’altra
nella deriva che già li perdona.
Se da lontano, da molto lontano
l’aroma del mare alza ora le palpebre
un olocausto più lungo del giorno
durerà quanto la sua notte, e un panico
di chiglie con le dune dei mattini
avverrà, prima che ancora li inghiotta.
Perciò lo sguardo strappato ed immune
d’una giovane madre, verecondo
ritrae sui gigli delle rughe encausti
d’un dolore che mai vi sfuggirà,
se persino la luce ne resterà
per sempre catturata, giù, in profondo.

 

4881303451_b1ce6c2ea5_z                                  foto di Carlo Alfredo Clerici (da http://www.flickr.com) Creative Commons License

 

APPRODI

Fra la bianca calcina dei muretti,
d’intonaci turchesi, tra gli aromi
di rosmarino e di limoni, spini
spuntano d’inferriate, le finestre
serrate fra i mattoni di salsedine
corrosi. Ma le case già vi ascoltano
la risacca di notti più deserte,
nell’acredine d’onde e di relitti
l’urlo di sirene che poi ne annunzi
il corteo di sconfitti, uomini resi
dal mare con la scia dei giunchi, esseri
in agonia nelle reti dei sogni
che l’acqua usura in mezzo alle scogliere,
sulla pietà destata dalla sorte.
Un morire più vero della vita
nel delirio del sole sulle barche,
nei naufragi di luce sopra i volti.
Perciò il loro presagio riproduce
da un innato silenzio più lealtà
del nostro giudizio – qua non li sfiori
il fiato dello Spirito – di spenti
cordogli, dei rintocchi delle chiese,
autodafé del cielo fra preghiere
di scirocco; mentre per sé sian morti
inadatti a morire, prigionieri
dentro alle celle d’oscure accoglienze
(in fianco agli orti erette, inespugnabili
fra gli abituri). Ed è in questa parvenza
di giustizia, terribile, che il secolo
vi vorrebbe, confusi, confinati
della sua migrazione come martiri,
reliquie sugli altari nella grazia
così illeggibile d’orde ed eccidi.
Ma riversandovi fra calli e rioni
soli non sarete. Ancora altri popoli
dagli androni in cui restano nasse
ed una fratellanza di lampare,
approderanno alla quiete di piazze,
il vostro cielo d’esilii riunendo
ad ogni rogo di cittadinanze.
Voi che non avete storia né razza,
così irrevocabilmente innocenti,
carichi dell’ignominia dei vinti
– e quindi inesorabilmente liberi –,
qualcosa di mite avete insinuato
dal vento in un vaticinio di zagare.
Senza combattere avete lasciato
sulla rena dell’aria i nuovi grani
d’una legge che più forte s’adempie
nonostante rinunci al vostro nome:
il seme d’una parola interrata
senza la nostra bontà; ne sia il frutto
tuo, ospitalità, un dattero sul mare.

 

AI CAVATORI DI SARDEGNA

Da una finestra una corda di ferro
alla luce s’avvolge che disossa
lo sterro, ocraceo come i muri attorno
ad argani frusti e strade deserte.
Sferraglia una lamiera ormai guastata
dai bruchi della ruggine e dall’alba,
se nei tralicci rossigni la insinua
d’una torre coriacea. Lanuggini
di nuvoli si lacerano ancora
sull’immane carrucola che in giorni
immemori assidua gli uomini urgeva
a bare d’ascensori, inumandoli
nella pietà del carbone. Là arcigne
zavorre scagliava nei buchi d’inferi,
pegno ostile della sua liturgia:
resurrezione d’operai dagli occhi
azzurri d’Orfeo e volti di fuliggine.
Ma ora piagnucola un vecchio vagone
come un randagio in mezzo ai fabbricati,
all’agonia ed al cimurro degli ossidi.
Oh neanche dalla miniera dei venti
che le lamine percuotono attonite,
più torneranno quei suffragi d’anime.

 

41 52 50

 

                                                              Foto di Roberto Valentini Licenza Creative Commons

Annunci