La mia scuola

Raccolgo di seguito alcune valutazioni in merito alla scuola e alla valenza – ahinoi sempre più marginale e mistificata – che essa dovrebbe invece assumere rispetto alla Società.

 

Il corso serale: una diversa etica della scuola

“E dove allora trovarlo il mio studio calmo e vivace […]” scriveva Pier Paolo Pasolini nella lirica Ricerca di una casa, denunciando l’emarginazione del pensiero e della responsabilità nell’ipocrisia dissimulata di una società senza educazione. Ecco forse, se si concede il paragone, l’istanza morale che la scuola serale dovrebbe sostenere, edificando se stessa quale abitazione per i desiderata di studenti che, nella quasi totalità dei casi, debbono ordinare la gerarchia dei propri sentimenti, ivi compreso quello per lo studio, rispetto alla stretta cogenza del lavoro.
Sotto la figura dello studente-lavoratore non è quindi certo la celebrazione entusiastica della vita onnilaterale (l’organizzazione della giornata secondo la disciplina maoista o l’istruzione delle masse rivoluzionarie) ad esser letta in filigrana, bensì la registrazione della decenza e della risoluta volontà che, nonostante le pastoie delle urgenze reali, rivendica per se stessa “l’onere e l’onore” di ciò che il nuovo lessico dell’Autonomia definisce successo formativo e che, con una riduzione ideologica meno equivoca, si direbbe piuttosto processo educativo. Indubbiamente alcuni di questi studenti abbissognano del diploma quale conditio sine qua non in sede professionale, ma è altresì vero che molti di loro esibiscono con sobrietà proprio quel fervido rigore che dispone gli animi alla conoscenza.
Il corpo docente sa bene che vi sono momenti difficili a superarsi, quando recarsi a scuola ogni sera dopo l’orario lavorativo può somigliare all’ardua pietra di Sisifo, ma, oltrepassato tale guado, sono invece gli studenti a saper bene quanto il loro impegno (con felice motto mi è stata suggerita la rima cimento/cemento quale ironica allusione del rapporto studio-lavoro) possa esser fortificazione e premio della persona. In questo senso del dovere, nell’abnegazione di tale impegno si può cogliere, forse riflesso nell’inconsapevolezza dell’umiltà, il sigillo di un più ampio engagement umano e civile. Questi studenti che mediante il lavoro intrecciano le scelte individuali alla vita del consorzio sociale (lavoro che, hegelianamente, come l’amore e la morte congiunge dialetticamente il singolo al genere, al Gattungswesen, all’essenza della specie), ne incarnano l’emergenza delle problematiche con una ricettività sicuramente diversa rispetto agli studenti dei corsi diurni (considerata anche la maggiore età variamente distribuita). Proprio a partire da questo terreno si dovrebbe allora delineare una deontologia della scuola che investa docenti e studenti insieme e che si ponga, rilanciando il serale dalla consunzione che ne annuncia una morte indesiderata, come paradigma per lo stesso insegnamento diurno; una deontologia per cui il filo della responsabilità, pur dipanandosi nel labirinto dello studio, non venga mai reciso; per cui la formazione, in tutte le discipline e applicazioni, sia garantita anzitutto rispetto al suo autentico significato “spirituale”, cioè elevando armonicamente le coscienze tanto al progresso del sapere specifico quanto alla conoscenza complessiva dell’uomo e dei suoi rapporti. Solamente in questo modo la scuola potrà davvero aprirsi alla società civile, offrire l’opportunità di una istruzione sempre più estesa nelle forme e nei modi, porsi quale polmone culturale nel corpo sociale e assicurarsi una dinamica presa sul reale. Eugenio Montale scriveva in Quaderno di quattro anni: “Si aprono venature pericolose/ sulla crosta del mondo/ […] e noi qui stiamo poveri dementi/ a parlare del cumulo dei redditi,/ del compromesso storico e di altre/ indegene fanfaluche. Eppure a scuola/ ci avevano insegnato che il reale/ e il razionale sono le due facce/ della stessa medaglia!”; ebbene, amicus Plato sed magis amica veritas, proprio il centauro reale-razionale deve assurgere al ruolo di Chirone, proprio quella contraddizione deve cioè tradursi nell’inderogabile pratica dello studio richiesta dall’interrogarsi di questi studenti.
In tali considerazioni si possono forse riassumere il valore e il significato più nitidi dell’esperienza didattica nei corsi serali; un’esperienza che innanzi alla misura e alla fermezza di studenti di cui anche eventuali lacune non pregiudicano l’onestà più di quanto il corredo di gestualità spontanee ne svaluti l’intelligenza, risulta consegnata, fuor da ogni retorica, ad un genuino senso di reciprocità e appartenenza (anche nei rari casi di disaffezione, comunque ben più esigui rispetto alle statistiche relative ai consueti rendimenti di una classe).
Ricordando infine i Quinquatria, data in cui nelle scuole della Roma antica si celebrava la festa di Minerva (dea sotto la cui egida era posta non solo l’attività intellettuale ma anche quella scolastica), non resta da auspicare per i corsi serali che, scrutati dagli occhi glauchi della dea, anche da queste aule, si parva licet, alla mezzanotte dello spirito prenda il volo la nottola di Minerva.

 

Appello contro la meritocrazia

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Ogniqualvolta senta parlare di “meritocrazia” un alito di sospetto si leva al mio stanco ma aduso naso da lektòn, sempre pronto a frugare fra i tartufi della lingua. Il vocabolo, coniato nel ’58  dal sociologo inglese M. Young (in Italia comparso nel ‘66 ad opera di tal Pieroni), visto con le lenti della storia dovrebbe dunque far pensare ad un contesto ben diverso da quello del presente, ad un’Italia in cui pulsava la volitiva aspirazione di riscatto successiva al buio del dopoguerra ed alle tensioni degli anni ’50, ad un’epoca in cui imprenditori come Olivetti o figure come quella di Mattei imperniavano la nottola del boom economico nel telaio della ricostruzione unitaria, in cui si lo Stato rilanciava e promuoveva direttamente l’industria, si gettavano le basi della scuola pubblica, si proclamava lo statuto dei lavoratori…
Che ha da spartire tutto ciò con l’attualità? Nulla, si direbbe, eppure la miracolosa parola rispunta a piè sospinto ogni volta che si tratti di affrontare manovre economiche, drastiche politiche del lavoro, misure di spending review e strategiche campagne di propaganda di “immediato consumo”.
Certo anche in tal caso l’etimologia corre in soccorso giacché fu già Catone a trarre dal supino di merere “meritare”, ovvero “guadagnare un salario, servire”.
Ebbene che la parola  abbia infatti poco a che fare col la pregiata loda di Guittone e Dante o col lauro petrarchesco non sfuggirà affatto alle menti più argute. Cosa dunque sta a indicare codesto sfanfarato (da sinistra a destra, passando per le propaggini più demagogiche dell’”uomo qualunque”) e sgraziato vocabolo? E’ sufficiente l’utile acribia del chiasmo dialettico per svelarne l’ousia: “potere del merito” ovvero “merito del potere”! Sempre e ancora una questione di fisica del potere si presenta in sostanza e un certo lezzo di darwinismo sociale si effonde dalle latrine della glossa politica; altrimenti detto che vuol dire “meritocrazia”? Che qualcuno possa decidere chi siano i meritevoli o meno, qualcuno che abbia la facoltà e il potere per farlo, ça va sans dire (se così non fosse il richiamo a un κράτος, a un potere relativo sarebbe del tutto superfluo). Chi d’altronde potrebbe stabilire chi sia o meno meritevole dell’aumento di salario, dell’assegno di accompagnamento, dell’età pensionabile, con un discorso che si potrebbe estendere sino alle possibilità riproduttive o al diritto alla bona mors (non sentite qui l’eco delle voci dei meritocrati èfori spartani – o chi per loro – sul monte Taigeto)?
Già, “le parole sono importanti” e poiché l’essere che si comprende è linguaggio, occorre ascoltarlo per bene; non tanto con il diritto alla lode o alla stima si rivela allora connesso il “merito” ma, come apertamente il vocabolo declama, con la volontà e l’arbitrio del potere (la questione dirimente tocca cioè molto più il merito dell’atto selettivo, che non il pregio dell’operato). Ed ecco infatti che di meritocrazia si parla sempre quando si debbano prendere decisioni draconiane, tagliare le retribuzioni, bloccare gli adeguamenti dei salari o giustificare corrive chiusure di stabilimenti. Non ci siamo forse accorti che il fantasma di meritocrazia si incarna e declina anzitutto col ben più arido nome di produttività? Poiché non vorrei essere tacciato di sferragliare armamentari ideologici d’antan, né tantomeno figurare come un sanguinario rivoltoso pronto a scorgere ovunque feticci di neotaylorismo, sia detto che vorrei semplicemente riascoltare il magistero di una personalità come Piero Calamandrei e soffermarmi a soppesare cosa l’arrière-pensée di una parola comporti e quali ne siano le sue imprescindibili conseguenze, ed infine – questo me lo si conceda –  diradare il fumo che annebbia la vista attorno al plauso mediatico della ghigliottina contro le rois fainéants (che certo esistono, per carità). Cosa significherebbe la sua applicazione alla scuola se non tagliare ulteriormente i salari, dando “molto a pochi” (“molto” del “poco” che verrà erogato) e “poco a tanti”, con criteri che non sono basati su nient’altro che una riterritorializzazione delle linee del potere in contesti più ristretti, altrimenti detto su quello che si chiamerebbe un “clientelismo periferico”? Ebbene sì, un sinonimo di “meritocrazia” è infatti “clientelismo”, proprio ciò che nelle “buone intenzioni” (ma lo sono poi davvero?) il termine vorrebbe contrastare. Cosa si crede che accadrà ad esempio con tale presunta riforma “meritocratica”: semplicemente che gli ὀλίγοι più intimi alle dirigenze, i pochi (non per questione di merito, ma per pure necessità di bilancio) che otterranno incarichi e cumuleranno funzioni strumentali (le quali poco hanno a che vedere con la gioiosa trincea della didattica; naturalmente suppongo si costituirà pure la “funzione per la valutazione dei meritevoli”….), si mangeranno il salario degli altri, i quali potranno invece esser pure docenti degni della più grande loda, ma non vedranno il seme di un nichelino sotto l’albero dell’istruzione nostrana (e coloro che crederanno alla Volpe e al Gatto di turno si troveranno presto con una saccoccia ancora più vuota di quella già ampiamente trafugata in questi ultimi lustri). Ma d’altro canto si sa, in questo paese i meritevoli sono facili da scovare e certo sempre presenti a larghe schiere nella mistica rosa dell’istruzione privata, e in questo caso i meritocrati d’ogni cromatismo politico hanno tutti la camaleontica vista ben aguzza.
E dire che tutto sarebbe così semplice se si guardasse ancora l’etimologia ed il luogo che essa dischiude: come accennato “merto” ricorre nel 1294 in Guittone, e poco più di 20 anni dopo in Dante, con il significato di “diritto alla lode e alla stima dovuto alla qualità di una persona o di una cosa”. Ebbene, giusto nella poetica cortese brilla allora quel nesso su cui invece si dovrebbe far leva per alzare il mondo: l’interiorità reciproca di “merito” e “diritto”! Il merito, quale riflesso della beltà divina, tiene così inscritto in sé un Diritto. Il punto non è affatto cosa marginale; quanto suggerisce il calco del vocabolo è cioè il fatto che parlare di merito dovrebbe allora toccare direttamente la questione del diritto, dei diritti, e che solo su questo terreno – non su quello del potere – si dovrebbero tracciare i confini di una meritonomia, piuttosto che di una meritocrazia.
La questione è assai più semplice di quanto potrebbe apparire prima facie: come si sa il diritto non è che la faccia d’una moneta sul cui rovescio è scritto DOVERE, e parlare dunque di merito rispetto al lavoro non significa altro che sancirne, assieme al DIRITTO, il corrispettivo DOVERE. Ma finché ciò accada occorre anzitutto – così sancisce il primo aureo articolo della Costituzione – che l’Italia si fondi realmente su di esso e sui suoi riconosciuti e dolorosamente conquistati diritti. Sarebbe molto più immediato e formidabile, anziché far circolare il nuovo conio di vecchi astrusi vocaboli per il facile e sbrigativo breviario dell’odierno, affermare che il “diritto al lavoro” è ipso facto il “Diritto al lavoro”, cioè il lavoro del Diritto, il Giure che regola e opera nella direzione da tutti auspicata; che poiché il lavoro è un valore ed è premio a se stesso, chi non lavora, piuttosto che “non fare l’amore” (come la voce antisindacale del Celentano pre-sanculotto intonava), non riconosce la propria essenza nell’opera o nel frutto della sua attività (mi si perdoni l’hegelismo d’accatto) e così si autoesclude dal consorzio sociale e dal mondo degli uffici e del sudore.
Già, ma se la via maestra perseguita è piuttosto quella di rendere lo statuto voluto da Brodolini e Giugni chiffons de papier, di elevare a “formula di poesia” la disciplina dell’iniquo licenziamento, di inseguire fantomatici meritometri in nome di una produttività spinta sino agli eccessi neofordisti, beh, allora ecco chiaro innanzi agli occhi lo spettro della meritocrazia: “un culo, un pezzo” dell’indimenticato Gian Maria Volonté, mentre la classe operaia, già andata in paradiso, (e non solo quella) potrebbe oggi accorgersi quanto esso sia del tutto identico alla realtà più fosca.
E quanto fatua può da sé mostrarsi tale aspirazione all’antropometria positivista, se applicata a fortiori al dominio dell’istruzione, del sapere, dello studio, della Scuola e dell’Università… Anziché rendere, grazie a corposi! investimenti, tale sfera il polmone culturale dell’organismo sociale, ci si appresta a decidere che i docenti (e gli studenti) meritevoli siano quelli con il più alto tabellino dei voti, quasi fingendo che a nessuno nasca così l’idea di ingrassare gli stessi, assecondando l’”utenza” per locupletare le proprie tasche.
Sembra che proprio non si capisca (o meglio si finga di non esserne in grado) che come non è possibile – si riascoltasse il vecchio illuminista di Königsberg – insegnare ad insegnare, nemmeno lo è valutare seguendo il mito gentiliano dell’oggettività! Un solo modo esiste di coltivare il merito e questo è quello di restare nel solco del riconoscimento, della dialettica in cui lo Spirito dispone tanto il docente che il discente, del solerte sguardo in cui recuperare l’obliato nesso paideia/politeia. O per essere più chiari di creare un contesto scolastico creativo, fervido, alacre in cui una dimensione di studio nata dagli animi e dalle menti, aperta più alla società che non all’azienda, ai valori e non ad interessi pochi chiari, disponga tutti quelli che intendano starci con una propria volontà (non con il demiurgico arbitrio calato dai cieli) al DOVERE che il diritto al lavoro e alla sua dignità porterà sempre con sé, quando quest’ultimo vi sia inciso con lo stilo del giudizio, dei cuori e della libertà.
Con buona pace del Pieroni….

Insegnare filosofia: per decostruirla?
(articolo pubblicato sul numero 09/2002 della Rivista “Magazzino di filosofia”)

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